Intervista a Samuela Frigeri

Presidente del Centro Antiviolenza di Parma


Il Centro Antiviolenza di Parma ha una lunga storia. Come nasce e come si è trasformato il suo lavoro nel tempo?


Il Centro Antiviolenza di Parma ha compiuto nel 2025 quarant’anni di attività: un anniversario che abbiamo voluto segnare con un piccolo convegno, invitando alcune delle socie fondatrici e una delle prime operatrici, che raccontava come all’inizio si procedesse molto per tentativi, senza modelli strutturati a cui fare riferimento. In quel periodo non esisteva un sapere codificato sulla violenza di genere: si imparava facendo, ascoltando le donne, costruendo pratiche giorno per giorno, a partire dalle loro esperienze.

In questi quarant’anni è cambiato tutto: il mondo, le forme della violenza, ma anche gli interlocutori con cui ci confrontiamo. Oggi lavoriamo con servizi, istituzioni e professioniste e professionisti che spesso non sono formati su questi temi e che, ancora adesso, faticano a credere alle donne o a riconoscere pienamente la gravità delle situazioni che raccontano. Questo rende il nostro lavoro costantemente esposto a una doppia fatica: sostenere le donne e, allo stesso tempo, continuare a spiegare e legittimare il senso stesso del nostro intervento.

Per questo la formazione è una dimensione strutturale del nostro lavoro. La rete regionale e nazionale Di.Re - Donne in Rete contro la violenza - permette alle operatrici di confrontarsi costantemente, condividere pratiche, riflettere sui cambiamenti in atto. È un sapere che non si stabilizza mai definitivamente, perché anche la violenza cambia forma, linguaggio, modalità di esercizio, e costringe chi lavora nei Centri a interrogarsi continuamente.


In cosa consiste concretamente l’accoglienza e quali servizi offrite alle donne che si rivolgono al Centro?


L’accoglienza è il cuore del nostro lavoro. Si tratta di colloqui in anonimato, in cui le donne possono raccontare quello che stanno vivendo e trovare uno spazio di ascolto non giudicante, in cui la loro parola viene creduta. Il Centro agisce in totale autonomia: non siamo un servizio istituzionale e questo, per molte donne, rappresenta una garanzia importante, perché consente di parlare senza sentirsi immediatamente sottoposte a procedure, valutazioni o obblighi.

I servizi sono diversi e costruiti intorno ai bisogni che emergono. C’è lo sportello legale, con avvocate che supportano le donne nei percorsi di tutela giuridica; lo sportello lavoro, finanziato dalla Regione, che accompagna chi ha subito violenza verso percorsi di inserimento lavorativo; il supporto psicologico; un gruppo scuola che lavora sulla prevenzione; e poi l’ospitalità, che riguarda le case.

Attualmente disponiamo di quattro case: due per l’emergenza e due dedicate ai percorsi di uscita dalla violenza. Abbiamo una reperibilità attiva ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, per forze dell’ordine, servizi sociali e pronto soccorso. Quando una donna non si sente sicura a rientrare a casa, può essere accolta immediatamente in una delle case di emergenza. Qui resta per un periodo breve, in genere due o tre settimane, prima di decidere se rientrare a casa o proseguire in un percorso di ospitalità più lungo.

I percorsi di ospitalità possono durare anche più di un anno. Le donne vengono accompagnate nei rapporti con i servizi sociali, se lo desiderano, nelle denunce, nelle richieste di aspettativa dal lavoro, nella ricerca di un’abitazione o di un impiego. Il nostro approccio è molto chiaro: non decidiamo al posto loro, ma offriamo strumenti affinché possano essere libere e capaci di scegliere per sé. La violenza è anche perdita di potere sulla propria vita, e il lavoro del Centro cerca, per quanto possibile, di restituire spazio di scelta.

Le case sono tutte in coabitazione, con spazi privati e spazi comuni. In totale sono circa 33 posti (i nuclei possono essere composti da una donna sola o donna con figli) in 4 case, di dimensioni diverse. Alcune operatrici seguono in modo specifico le case, altre lavorano agli sportelli. È un sistema complesso, che richiede coordinamento, continuità e una forte capacità di tenere insieme dimensione materiale ed emotiva.

Sul territorio provinciale abbiamo uno sportello storico a Fidenza, e negli ultimi anni abbiamo aperto nuovi punti a Colorno, Sorbolo Mezzani, sportelli sul territorio Valli Taro e Ceno (Borgo Val di Taro, Medesano e Fornovo), tutti su appuntamento. Questo è un aspetto fondamentale, perché consente di intercettare situazioni di violenza anche fuori dal contesto urbano di Parma.


Quanto è importante la rete istituzionale e territoriale nel vostro lavoro?


La rete è fondamentale, ma è anche uno degli aspetti più fragili. I finanziamenti arrivano dal livello nazionale alla Regione, poi al Comune, e infine ai Centri. Si tratta di un sistema estremamente burocratico, che spesso costringe a lavorare in una logica di emergenza, rendendo difficile non solo la progettazione, ma anche la continuità delle relazioni con le donne.

Per garantire una minima stabilità partecipiamo anche a bandi e progetti specifici, come quello che stiamo realizzando con ActionAid sulle molestie nei luoghi del divertimento notturno. Tuttavia, questo modello rende difficile programmare a lungo termine e costruire interventi strutturali.

In passato esisteva un Protocollo provinciale molto solido, che metteva attorno allo stesso tavolo il Centro Antiviolenza, le forze dell’ordine, il Comune, la Provincia, l’Ordine degli Avvocati e la Procura. Per molto tempo ha funzionato bene, con momenti di scambio tra istituzioni ed un “sotto-tavolo” (coordinato dal Centro Antiviolenza) molto più operativo per la gestione delle emergenze in cui il confronto partiva dai casi concreti. Negli ultimi anni però questo strumento è stato progressivamente abbandonato, soprattutto a seguito di cambiamenti istituzionali. A Fidenza, ad esempio, esiste ancora un tavolo territoriale attivo, ma nel distretto di Parma la rete è oggi molto più frammentata e ci sono poche occasioni di confronto.


Esistono gruppi di donne che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso ai vostri servizi?


Anzitutto va sottolineato che non esiste un identikit della donna che subisce violenza, così come non esiste un profilo dell’uomo maltrattante. La violenza attraversa tutte le classi sociali, tutti i livelli culturali, tutte le provenienze. Quello che possiamo dire è che quasi sempre la violenza è esercitata da una persona conosciuta: partner, ex partner, familiari, amici, colleghi.

Nel nostro lavoro, rispetto all’ospitalità nelle case, intercettiamo spesso donne straniere, perché hanno meno risorse territoriali e reti familiari rispetto alle donne italiane. Questo rende più probabile che abbiano bisogno di ospitalità e di un supporto strutturato. Ma non c’è una categoria più “a rischio” di un’altra: la violenza è un fenomeno trasversale, che colpisce in modo molto diverso a seconda delle condizioni materiali, economiche e relazionali delle persone.

Molte donne, peraltro, arrivano al Centro senza avere parole precise per descrivere ciò che stanno vivendo. Spesso non definiscono immediatamente come violenza comportamenti di controllo, umiliazione, pressione psicologica, limitazione della libertà. In questo senso, il lavoro del Centro è anche un lavoro di nominazione: aiutare a dare un nome e un senso a esperienze che vengono spesso normalizzate o minimizzate.


Qual è il quadro numerico delle donne che si rivolgono al vostro Centro e che lettura date di eventuali cambiamenti nel tempo?


I dati che utilizziamo derivano dal questionario ISTAT, che alimenta un osservatorio nazionale attivo dal 1996. Al 31 dicembre 2025, le donne che erano seguite dal Centro Antiviolenza di Parma erano 434 di cui 358 ci hanno contattate per la prima volta, con un trend costante o in leggero aumento negli ultimi anni. Rispetto a dieci anni fa, il numero però è cresciuto di oltre il 50%. La crescita dei numeri è difficile da interpretare in modo univoco: da un lato c’è sicuramente una maggiore consapevolezza e una maggiore propensione a chiedere aiuto, dall’altro temiamo che esista anche un’acutizzazione reale del fenomeno, legata a trasformazioni profonde delle relazioni, delle condizioni economiche e delle forme di controllo.

Circa il 64% sono donne italiane e nessuna subisce un solo tipo di violenza: nella maggior parte dei casi si tratta di violenza psicologica accompagnata da altre forme di abuso, come la violenza economica, il controllo, l’isolamento, la svalutazione costante. Le donne ospitate nelle case spesso hanno figli, che vengono coinvolti nei percorsi di protezione e che crescono all’interno di contesti relazionali profondamente segnati dalla violenza.

ISTAT ha rilevato, qualche anno fa, che una parte delle stesse donne ritiene che il modo di vestirsi possa rendere una persona più o meno responsabile di una violenza subita. Questo dato restituisce la profondità degli stereotipi che ancora attraversano la società e che producono senso di colpa, vergogna e auto-colpevolizzazione.

Un dato particolarmente rilevante riguarda la provenienza della violenza: quella esercitata da sconosciuti è statisticamente quasi irrilevante, si aggira intorno al 1%. Eppure è proprio questa a occupare la maggior parte dello spazio nel racconto mediatico e nel discorso pubblico sulla sicurezza. La realtà è che la violenza è quasi sempre domestica, relazionale, quotidiana, e proprio per questo è più difficile da riconoscere, nominare e contrastare.

In questo senso, un elemento che osserviamo con preoccupazione riguarda la percezione della sicurezza. Le ragazze oggi hanno una paura fortissima dello spazio pubblico, nonostante i dati dicano che non esiste un pericolo maggiore rispetto al passato. Allo stesso tempo, faticano a riconoscere come molestie o forme di controllo comportamenti che lo sono a tutti gli effetti, soprattutto quando avvengono all’interno di relazioni affettive o amicali. Questo scarto tra percezione e realtà è uno dei nodi più complessi con cui ci confrontiamo quotidianamente.


Guardando al futuro, quali sono le sfide principali per un Centro Antiviolenza?


Il Centro Antiviolenza è, prima di tutto, un luogo di politica delle donne. Il nostro lavoro è profondamente politico e consiste nel mettere in discussione stereotipi, modelli di relazione, narrazioni sulla violenza, immaginari sulla sicurezza e sulla libertà.

A Parma esistono anche servizi rivolti agli uomini maltrattanti, come il Centro Uomini Maltrattanti attivo presso il consultorio, gestito dall’ASL. È un servizio in evoluzione, che negli ultimi anni ha dovuto adattarsi a protocolli complessi. I risultati, per ora, non sono entusiasmanti, ma rappresentano comunque un terreno su cui è necessario continuare a lavorare, senza illusioni ma anche senza rinunciare alla possibilità di intervenire sulle dinamiche maschili della violenza.

La sfida principale resta quella di tenere insieme accoglienza, protezione e trasformazione culturale, in un contesto in cui le risorse sono sempre limitate e la domanda di aiuto continua a crescere. Significa, ogni giorno, stare in equilibrio tra urgenza e riflessione, tra sostegno individuale e azione collettiva, tra cura e conflitto, in una società sempre più precaria e con risorse difficilmente prevedibili, che rendono questo lavoro, pur necessario, strutturalmente instabile.