Parma Atlante di genere
Parma Gender Atlas

è una ricerca sul contesto di Parma e provincia sviluppata da Comune di Parma e Sex & the City APS, grazie al supporto di Fondazione Cariparma.

La ricerca si concentra su sette ambiti di interpretazione della città, mettendo a sistema i servizi e le iniziative esistenti nel territorio che si rivolgono ai bisogni delle donne e delle soggettività non maschili mediante una loro mappatura capillare, indagando una serie di aspetti mediante la diffusione di un questionario, approfondendo in forma qualitativa e partecipativa due sfere in particolare (insicurezza e mobilità).

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    Le città non sono neutre. La pianificazione urbana, la distribuzione dei servizi, gli orari, le distanze, la toponomastica, le forme dell’abitare e i ritmi della mobilità producono effetti diversi sulle persone che attraversano una città: scarti misurabili di tempo, accesso, salute, sicurezza e possibilità, che si depositano in modo asimmetrico sui corpi delle donne, delle persone LGBTQIA+, di chi ha responsabilità di cura, di chi vive condizioni di fragilità economica o migratoria. Questo Atlante prova a rendere visibili quegli scarti nel territorio di Parma e della sua provincia, sostituendo l’evidenza astratta della frase generica con una cartografia documentata, leggibile e operativa.


    Parma è un caso interessante: una città di dimensione media in una delle regioni italiane più solide sul piano del welfare e dei servizi, con una rete di consultori, una tradizione di cooperazione sociale, programmi di edilizia sociale e politiche di prossimità. Un banco di prova, più che un terreno di emergenza: se non funziona qui, altrove la situazione è probabilmente più problematica. Lo sguardo di genere racconta una storia fatta di soglie, tempi e accessi differenziati, di responsabilità che restano femminilizzate anche quando le politiche si dichiarano paritarie. È nello scarto tra l’offerta dichiarata e la praticabilità reale dei servizi che si gioca buona parte di questa ricerca.


    L’Atlante nasce dal lavoro di Sex & the City, associazione che dal 2022 esamina le città attraverso una lente di genere, mettendo in dialogo ricerca teorica, progetti operativi e strumenti pensati per le amministrazioni pubbliche. Si colloca in continuità con un percorso già articolato: il Milan Gender Atlas / Milano Atlante di genere (LetteraVentidue, 2021), sviluppato per Milano Urban Center, che ha dato vita alla metodologia dell’Atlante di genere; l’Atlante di genere di Bologna per una città femminista, che ha portato la stessa impostazione su un territorio diverso per scala e composizione sociale; e, sul piano teorico, Libere, non coraggiose. Le donne e la paura nello spazio pubblico (LetteraVentidue, 2024), cui si appoggiano le riflessioni sulla violenza e sullo spazio pubblico. L’Atlante di Parma specifica questo percorso su un territorio dove il rapporto fra capoluogo, distretti periurbani e aree montane sposta le domande da porre.


    La lente di genere funziona come chiave di lettura trasversale, non come filtro tematico aggiuntivo: l’obiettivo è osservare come le condizioni di genere attraversino ambiti trattati di solito come neutri - il lavoro, la salute, l’abitare, la mobilità, la cura, la memoria pubblica. Ogni capitolo combina dati istituzionali (statistiche ISTAT, rilevazioni regionali, dati comunali, archivi INPS, documentazione sanitaria, fonti del terzo settore) e le voci di chi i servizi li costruisce e li attraversa: dirigenti dei consultori, presidenti di associazioni, operatrici e operatori sociali, amministratrici e amministratori locali.

    I dati si costruiscono per anelli successivi: il quadro nazionale come cornice, il livello regionale per posizionare Parma dentro l’Emilia-Romagna, il livello provinciale per i dati amministrativi, il livello comunale come scala della vita quotidiana. Non tutti gli ambiti permettono questa progressione: alcuni dati locali sono parziali o non disaggregati, per la mobilità le statistiche di genere mancano del tutto e l’analisi si appoggia al questionario raccolto per la ricerca. Quando un dato non c’è, lo si dichiara. La provincia entra con peso variabile, forte dove i servizi sono organizzati per distretti - sanità territoriale, consultori, sportelli antiviolenza, mobilità extraurbana, edilizia sociale dei comuni minori. Parma città e Parma provincia restano territori molto diversi: una città di quasi duecentomila persone e un’estensione che attraversa il Po, la via Emilia e l’Appennino.

    La condizione delle donne migranti attraversa il volume come asse trasversale. Incide sul lavoro retribuito di cura - in Italia il 92,2% delle assistenti domiciliari è donna, con una quota molto alta di cittadinanza straniera -, sull’accesso ai servizi sanitari e ai consultori, sui percorsi di interruzione volontaria di gravidanza, sulle condizioni abitative, sui servizi educativi 0-3, sulla mobilità urbana. Trattarla come capitolo a sé la restituirebbe come eccezione, mentre gli scarti di genere si moltiplicano quando incrociano la condizione migratoria, la mancanza di documenti, la fragilità delle reti di prossimità. Per questo molti capitoli riportano dati disaggregati per cittadinanza e voci di associazioni che lavorano con donne migranti - CIAC, Vagamonde, Forum Donne Indipendenti, Spazio Donne Immigrate.


    Una terza fonte è costruita dentro la ricerca: il questionario sulla vita quotidiana, diffuso tra gennaio e marzo 2025 e chiuso con 2.570 risposte. Ha permesso di osservare il territorio dal punto di vista di chi lo abita, incrociando condizioni materiali, percezioni e pratiche lungo diversi assi - genere, età, condizione lavorativa, presenza di figli, area di residenza, esperienza migratoria - e facendo emergere differenze interne che le medie aggregate appiattiscono. È dall’intreccio fra dati ufficiali, interviste e questionario che l’Atlante prende forma, per impedire che i numeri parlino da soli e che le esperienze restino aneddotiche.


    Il volume si articola in sette capitoli tematici, preceduti da un inquadramento dedicato all’occupazione femminile e alle dinamiche demografiche, di natalità e invecchiamento. Questo doppio sguardo è una premessa strutturale: i divari nel mercato del lavoro, il carico di cura, il rinvio della genitorialità, l’invecchiamento della popolazione e la solitudine abitativa formano la cornice entro cui ogni altra dimensione della vita urbana acquista significato. A sostenere la prossimità, dentro e fuori casa, sono in larga parte le stesse donne che da quei servizi dovrebbero essere supportate.

    I sette capitoli si muovono dal corpo alla città. Cura di sé osserva la salute femminile e le politiche sanitarie territoriali, con attenzione ai consultori familiari, all’interruzione volontaria di gravidanza, alla prevenzione e alla salute riproduttiva. Cura di altre persone affronta i servizi educativi 0-3 anni e l’assistenza alle persone anziane o con disabilità. Cura della comunità esplora il tessuto associativo, il terzo settore, le biblioteche come spazi di socialità non commerciale, la tutela dei diritti LGBTQIA+. Violenza e insicurezza raccoglie i dati sulla violenza di genere, descrive i servizi di contrasto, dà spazio alla parola del Centro Antiviolenza e affronta la paura come dispositivo che organizza la vita quotidiana, con un focus sulle “zone rosse”. Abitare mette a fuoco l’edilizia sociale e l’accesso alla casa come leva di autonomia. Mobilità analizza i pattern di spostamento differenziati per genere. Toponomastica chiude il volume indagando la memoria collettiva iscritta nei nomi delle strade.


    Questo Atlante è uno strumento di lavoro più che un manifesto. È pensato per le amministrazioni - quella di Parma e le tante in condizioni demografiche e sociali comparabili -, per chi a Parma abita, lavora, si prende cura e attraversa la città, per chi fa ricerca e per il terzo settore. Si affianca alla versione digitale ospitata su genderatlas.it, che accanto alle disamine dei dati offre una mappatura capillare di servizi, reti e presìdi, aggiornabile nel tempo. Volume cartaceo e digitale sono concepiti per essere usati insieme: il primo per leggere il territorio, il secondo per attraversarlo. L’obiettivo è rendere visibile, in modo documentato, ciò che a Parma funziona e ciò che non funziona quando si guarda la città dal punto di vista delle donne e delle minoranze di genere. Da quel riconoscimento condiviso può cominciare il lavoro che spetta alle istituzioni, alle reti e a chi la città la abita ogni giorno.


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    L’occupazione femminile a Parma


    Nel 2023 la provincia di Parma mostra un mercato del lavoro complessivamente robusto, attraversato però da disuguaglianze di genere nette e persistenti nell’accesso al lavoro, nella qualità delle posizioni e nella capacità di generare reddito. Il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è del 71,6%, con un divario di genere di 19,3 punti: 81,1% per gli uomini e 61,8% per le donne. Il tasso medio di disoccupazione (4,5%) nasconde una frattura - 6% per le donne, 3,3% per gli uomini - come quello di inattività: 16,1% per gli uomini, 34,1% per le donne.

    La performance occupazionale è coerente con l’andamento regionale: in Emilia-Romagna nel 2025 il tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni è stimato al 77%, nettamente sopra la media nazionale del 62,5%. Il problema riguarda meno l’assenza di lavoro e più la qualità della partecipazione: le barriere che permangono nell’accesso, la difficoltà di stabilizzare e far progredire le traiettorie lavorative femminili.


    I tassi, da soli, dicono poco. Nel lavoro dipendente privato, a Parma nel 2023 il 53% delle posizioni è stabile, a tempo pieno e continuativo; il restante 47% si distribuisce fra discontinuità lavorativa (28,7%) e instabilità contrattuale (23,8%). La struttura incide sulle retribuzioni annue: le posizioni standard raggiungono 39.742 euro lordi, mentre la compresenza di instabilità, tempo parziale e discontinuità porta la media a 6.381 euro. Le donne sono sovrarappresentate nelle posizioni più fragili, con un effetto netto sul divario retributivo: nel 2023 gli uomini percepiscono in media 122,9 euro al giorno, le donne 88,6 - uno scarto di 34 euro, superiore all’anno precedente e alla media regionale. Il gap cresce con la qualifica: 29 euro tra operaie e operai, 44 tra impiegate e impiegati, fino a 53 fra le figure dirigenziali.

    I dati Siler 2023 mostrano un saldo positivo di +3.350 posizioni, con la componente femminile in maggioranza (+1.766, il 52,7%). Nel 2024 il quadro si ribalta: i dati ISTAT registrano una perdita netta di circa 900 occupate (-0,9%, secondo anno consecutivo di contrazione), a fronte di circa 300 occupati uomini in più. La crescita aggregata delle posizioni dipendenti convive così con una riduzione dello stock femminile, segnale di una precarietà più acuta nella componente femminile, confermata dall’andamento dell’inattività, che fra le donne cresce del 2,9% nel 2024 mentre fra gli uomini cala dell’8,1%.

    I dati più recenti segnalano un parziale miglioramento contrattuale: nel primo trimestre 2025 il saldo destagionalizzato è di +1.293 posizioni, quasi interamente imputabile al tempo indeterminato. L’orientamento verso contratti più stabili va però letto con cautela in chiave di genere: a livello regionale, nei nuovi contratti a tempo indeterminato del 2025 la prevalenza maschile è netta - 64% uomini contro 36% donne -, e suggerisce una stabilizzazione poco equa anche a livello provinciale, benché il dato disaggregato per Parma non sia ancora disponibile.


    Le disuguaglianze si intensificano quando si incrociano con la cittadinanza. Nel 2023 la retribuzione media lorda annua delle persone dipendenti di cittadinanza straniera a Parma è di 19.463 euro, circa il 30% in meno della media complessiva. Per le lavoratrici straniere lo svantaggio è duplice: -7.200 euro rispetto agli uomini stranieri e -6.700 rispetto alle donne dipendenti nel complesso, riflesso della concentrazione in settori e mansioni a bassa remunerazione. In Emilia-Romagna il tasso di occupazione delle donne straniere è 51,7% contro 65,7% delle italiane, e il part-time coinvolge oltre un terzo delle occupate straniere. Nel lavoro domestico e di cura, dove le donne straniere sono molto presenti come assistenti familiari, le settimane lavorative sono spesso lunghissime e le retribuzioni più basse a parità di ore.

    Carichi di cura e vincoli organizzativi continuano a incidere in modo asimmetrico sulle traiettorie lavorative delle donne. Per ridurre i divari in modo strutturale, gli interventi sull’occupazione in senso stretto non bastano: servono misure capaci di agire insieme su qualità del lavoro, stabilità dei percorsi, tempi urbani, servizi di cura e progressione professionale. Molti di questi nodi tornano nei capitoli Cura di altre persone, Abitare e Mobilità, dove le condizioni materiali della vita quotidiana entrano direttamente nella ricostruzione dei divari occupazionali femminili.


    immagine-Introduzione


    Demografia, natalità e invecchiamento


    A Parma - come in molte aree dell’Emilia-Romagna e dell’Italia del Nord - il quadro demografico è segnato da un contrasto: la popolazione residente è stabile o in lieve crescita grazie ai flussi migratori, mentre le nascite registrano un declino costante. Le ragioni hanno meno a che fare con crisi economiche o povertà diffusa e più con le trasformazioni profonde del modo in cui si strutturano la vita adulta, il lavoro, la genitorialità e la cura.

    Il contesto nazionale fornisce la cornice: nel 2024 il tasso di fecondità in Italia è di circa 1,18 figli per donna, ben sotto il livello di sostituzione demografica (2,1). In Emilia-Romagna nel 2023 i nati vivi sono stati 28.568, con una fecondità di 1,22 e un’età media al parto di 32,5 anni. A Parma il dato varia con la cittadinanza: 1,03 per le donne italiane (età media al parto 33,6 anni), 1,92 per le straniere (29,8 anni); il valore complessivo (1,21) è in linea con la media nazionale, dopo il picco del 2010 (1,54 figli per donna) e una flessione iniziata nel 2016.

    Dove le opportunità di istruzione e lavoro sono relativamente elevate, queste cifre - combinate con la crescente età al primo figlio - indicano che la decisione di diventare genitori viene rinviata, e quando avviene tende a tradursi in famiglie più piccole: in Italia nel 2024 il 48,8% delle coppie con figli ne ha uno solo. Il nodo principale è la difficoltà strutturale a conciliare genitorialità, lavoro, cura e progetto di vita.


    Un aspetto determinante è il carico di cura sproporzionato che ricade sulle donne. Anche dove i servizi sono solidi, la maternità è associata a un forte rischio di perdita dell’occupazione o di drastica riduzione dell’impegno lavorativo: in Emilia-Romagna le dimissioni di madri dopo la nascita di un figlio sono più del doppio rispetto a quelle dei padri. Nel Nord Italia il tasso di occupazione delle madri con figli minori (74,2%) è più basso di quello delle donne senza figli (80,2%), mentre per gli uomini la paternità lo alza, dall’87% al 96,3%. Il 49% delle donne prevede un peggioramento delle proprie opportunità professionali a fronte della maternità, contro il 19% degli uomini.

    A questo si aggiunge il carico mentale (mental load) - il lavoro cognitivo e organizzativo legato alla gestione della casa e dei figli - che pesa soprattutto sulle donne con istruzione medio-alta e lavoro stabile. La fatica vera è la responsabilità costante di pianificazione e coordinamento: un lavoro invisibile, non retribuito, di grande valore sociale. Le donne italiane sostengono in media l’85% del carico domestico, mentre gli uomini stimano il proprio contributo al 63%.


    Sulle scelte riproduttive incide meno il peso in sé e più la discrepanza fra gli ideali di parità e la realtà quotidiana: quando le aspettative di equità non trovano riscontro nelle pratiche domestiche e nelle politiche, le giovani donne percepiscono la maternità come meno desiderabile - nel 2022 circa il 18% si dichiara childfree contro il 12% degli uomini. La fecondità tende a essere più alta nelle coppie in cui entrambe le persone hanno un impiego stabile e condizioni paritarie: a fare la differenza è meno il reddito familiare complessivo e più l’autonomia e la stabilità lavorativa delle donne.

    Il contesto parmense, con un costo della vita medio-alto, un mercato del lavoro competitivo e un accesso alla casa spesso complesso, rende quasi sempre imprescindibile il doppio reddito. Molte coppie rinunciano ai figli, si limitano a uno o attendono un’età che rende biologicamente più complesso un secondo figlio. Le implicazioni sono profonde: meno giovani che lavorano, minore ricambio generazionale, una base più fragile per il welfare locale, con segnali già visibili nel calo delle iscrizioni scolastiche e nella possibile contrazione dei servizi per l’infanzia.


    La natalità molto bassa porta con sé un progressivo invecchiamento: a Parma solo il 12% della popolazione residente ha meno di 15 anni, oltre il 22% supera i 65, con un indice di vecchiaia di 185 persone anziane ogni 100 giovani. La domanda di cura cresce e ricade in modo sproporzionato sulle donne, più longeve e più esposte alla solitudine abitativa - le famiglie unipersonali sono oggi la tipologia prevalente, circa il 44% del totale. Nel 2023 in Italia il 90,6% di chi svolge lavoro di caregiver familiare non retribuito è donna, così come il 92,2% delle assistenti domiciliari. Senza un disegno di lungo periodo capace di tenere insieme continuità sanitaria, assistenza sociale e riconoscimento del valore del lavoro di cura, l’aumento della domanda rischia di essere assorbito da carichi familiari ancora fortemente femminilizzati.


    Un cambiamento richiede di ripensare l’organizzazione sociale e urbana in una prospettiva di lungo termine, mettendo al centro pratiche di genitorialità e cura condivise in cui le donne possano esercitare la propria autodeterminazione, e trattando la famiglia - nelle sue diverse forme, oltre il modello tradizionale ed eteronormativo - come elemento strutturale della pianificazione urbana, del welfare e del diritto alla cura. Servizi di cura accessibili, capillari e stabili; un mercato del lavoro con congedi parentali equi e part-time non penalizzante; politiche abitative sostenibili per le giovani coppie; e, sullo sfondo, un lavoro culturale che riconosca la cura come responsabilità collettiva. Dove queste condizioni si realizzano, la genitorialità torna a essere una scelta sostenibile sul piano sociale, economico e urbanistico; dove restano disattese, il calo demografico continua a erodere il tessuto sociale del territorio.

    I servizi sanitari sul territorio, da una prospettiva di genere


    L'AUSL di Parma è organizzata in quattro Distretti - Parma, Fidenza, Sud-Est, Valli Taro e Ceno - dentro i quali la rete delle Case della Salute e delle Case della Comunità rappresenta il primo punto di accesso ai bisogni sanitari e sociosanitari, con l'obiettivo di ridurre i passaggi impropri al pronto soccorso e di rendere più semplici la presa in carico e la continuità assistenziale. Sostenuto dagli investimenti del PNRR - oltre 59 milioni di Euro destinati alla sanità parmense - il disegno punta sulla territorialità dei servizi: vicinanza, riconoscibilità, possibilità di attraversarli nella vita quotidiana anche fuori dal capoluogo. Letta con una lente di genere, questa territorialità conta soprattutto dove i bisogni sono continuativi e sensibili, dalla prevenzione alla salute sessuale e riproduttiva, fino all'ascolto e alla tutela. Su questo terreno si collocano i Consultori familiari, gli Spazi Giovani, i programmi di screening oncologico gratuito e l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza. L'equità reale dell'accesso dipende però meno dall'ampiezza dell'offerta e più dalla sua praticabilità: orari, trasporti, continuità del personale, linearità dei percorsi tra territorio e ospedale, fattori che pesano di più su chi sostiene una quota maggiore di lavoro di cura, ha meno tempo a disposizione o vive nelle aree montane.


    La mappatura digitale dell'Atlante restituisce anche un secondo livello di questa geografia della cura: accanto ai presidi pubblici riporta le attività di sensibilizzazione sui temi della medicina di genere promosse da associazioni locali e nazionali, e le iniziative rivolte specificamente alle donne, come i corsi e le attività legate al parto e all'accompagnamento alla nascita. Una trama di soggetti che affianca il servizio sanitario e aiuta a rendere visibili informazioni, diritti e occasioni di prevenzione che non sempre arrivano per via istituzionale.


    immagine-1. Cura di sé


    Consultori familiari e interruzione volontaria di gravidanza


    I consultori familiari sono servizi pubblici territoriali nati con la Legge 29 luglio 1975, n. 405 per tutelare la salute sessuale e riproduttiva, sostenere maternità e genitorialità e offrire ascolto nelle situazioni di fragilità o di violenza. L'AUSL di Parma li descrive come presidi rivolti a donne, coppie, famiglie e adolescenza, organizzati in équipe multidisciplinari di ostetriche, ginecologhe e psicologhe. Il valore di questa impostazione sta nella continuità dei percorsi: l'attenzione si sposta dalla singola prestazione, si attenua il passaggio obbligato dal medico di base e diventa possibile intercettare in anticipo bisogni non ancora tradotti in problemi clinici. Una componente centrale riguarda i più giovani, con lo Spazio Giovani (14-19 anni), gratuito, a bassa soglia e senza burocrazia, e lo Spazio Giovani Adulti (20-34 anni) per consulenze ginecologiche, preconcezionali e contraccettive. Dentro i consultori opera il programma regionale di contraccezione gratuita, attivo dal 2018 per le persone fino a 26 anni e per le donne fino a 45 anni nei mesi successivi a un'IVG o a un parto.

    La rete combina sedi cittadine e presidi nei comuni della provincia, con servizi dedicati come lo Spazio Donne Immigrate della Casa della Comunità Montanara e il Centro LDV Liberiamoci dalla violenza. I punti di forza sono riconoscibili - servizi mirati per età e bisogno, contraccezione gratuita, mediazione culturale, riservatezza - ma le fragilità pesano sull'equità territoriale: orari limitati, dipendenza dagli appuntamenti e un'organizzazione degli Spazi Giovani più diradata in montagna. Si aggiunge una tensione strutturale: da gennaio 2026 la visita ginecologica di controllo generica, esclusa dai LEA, richiede l'impegnativa del medico di base con un'indicazione clinica specifica, restringendo lo spazio dell'accesso preventivo non mediato.


    Anche per l'interruzione volontaria di gravidanza il consultorio è la principale porta d'ingresso: vi si avvia il primo colloquio, garantito entro 7 giorni e in esenzione da ticket, e il raccordo con l'ospedale. L'accesso è regolato dalla Legge 22 maggio 1978, n. 194, che disciplina l'interruzione entro i primi 90 giorni. Il percorso può essere farmacologico o chirurgico: le indicazioni ministeriali del 2020 hanno esteso la RU486 fino a 63 giorni, e da ottobre 2024 la Determina n. 21024 consente in alcuni casi l'assunzione del secondo farmaco a domicilio. Nel 2024 in Emilia-Romagna sono state registrate 5.731 IVG, con la quota farmacologica salita al 72,8%; a Parma la RU486 ha riguardato il 61,2% delle IVG dell'AUSL e il 78,7% dell'AOU, e per la prima volta l'esecuzione ambulatoriale ha superato il day hospital. Gli andamenti delle due aziende divergono - nell'AUSL le IVG scendono da 486 (2022) a 312 (2024), nell'AOU salgono da 239 a 348 - mentre i 583 casi delle residenti si dividono tra il 61,1% di cittadinanza italiana e il 38,9% straniera, con la fascia 30-34 anni più rappresentata (24%) e le minorenni al 3,3%. Quasi il 90% degli interventi rientra entro due settimane dal certificato, in miglioramento sul 2023. L'estensione dell'IVG farmacologica ai consultori, operativa dal 2024, è l'evoluzione più rilevante: i consultori attivi in regione salgono a 9 e a Parma il Parma Centro ne ha trattate 67. Restano però aperti la frammentazione delle informazioni tra portali istituzionali, l'equità territoriale nelle aree montane e un follow-up da rendere più solido, condizioni perché il modello mantenga davvero tempestività, riservatezza e prossimità.


    Scarica le guide ai servizi dei Consultori familiari dei distretti della provincia di Parma

    Organizzare la vita quotidiana

    Ruoli, tempi della cura e lavoro domestico


    immagine-2. Cura di altre persone


    La vita quotidiana, soprattutto quella femminile, si regge su un lavoro di cura e di organizzazione spesso invisibile: un intreccio di tempi, compiti e responsabilità che, dentro le famiglie tradizionali, tende ancora a distribuirsi in modo diseguale e a modellare libertà di movimento, possibilità di lavoro e accesso alla città. Dai dati raccolti attraverso il questionario della vita quotidiana a Parma emerge una “doppia architettura” della vita domestica: una parte di lavoro ripetitivo e poco negoziabile (pulizie, bucato, pasti) tende a concentrarsi sulle donne; un'altra parte più episodica, ma ad alto potere decisionale e responsabilità formale (finanze e pratiche amministrative), tende a concentrarsi sugli uomini.

    Sulle attività domestiche ordinarie lo sbilanciamento è netto. Sommando le risposte “solo io” e “io soprattutto”, il bucato vale il 57,9% tra le donne e il 13% tra gli uomini; sulle pulizie la quota è del 41,7% tra le donne e del 13,2% tra gli uomini. Spesa e stoviglie risultano invece più spesso percepite come mansioni “eque” (oltre il 50% per entrambi i generi), e proprio questa relativa parità su alcuni compiti può funzionare da “schermo” rispetto al nodo principale: ciò che pesa davvero sulla struttura della giornata è la quota di lavoro domestico che non si può rimandare e che torna ogni giorno, spesso intrecciandosi con la cura di altre persone.


    La presenza di bambine e bambini sotto i 6 anni rende visibile questa differenza. Le donne si collocano molto più spesso nelle fasce alte: il 24,2% dichiara di dedicare più di 9 ore al giorno alla cura, quota che tra gli uomini è pari a zero. Trasformando la distribuzione in una stima prudente delle ore medie, le donne arrivano a circa 5,7 ore al giorno contro circa 2,9 ore per gli uomini, in linea con i dati europei.

    Sul versante della gestione economica e amministrativa lo sbilanciamento si rovescia. Per le finanze, “solo io + io soprattutto” vale il 51,4% tra gli uomini e il 25,7% tra le donne; per l'amministrazione, il 54,3% contro il 22,8%. Accostato ai dati sul lavoro domestico, questo descrive una gerarchia di ruoli dentro la famiglia più che un semplice “scambio” di responsabilità: alle donne viene assegnata più spesso la continuità materiale della riproduzione quotidiana, agli uomini il presidio delle leve formali – conti, contratti, pratiche, interlocuzioni con banca e istituzioni. È una divisione che incide sul potere contrattuale interno e sulla capacità di decidere spese e priorità.


    La distribuzione dei compiti restituisce così un assetto familiare che produce giornate asimmetriche tra donne e uomini, ancora vicino a un'impostazione che in una città come Parma ci si aspetterebbe meno radicata. Per le politiche pubbliche e per il welfare territoriale questo significa guardare alla vita quotidiana come a un'infrastruttura: individuare dove si concentra il carico di lavoro non pagato e dove invece il potere decisionale è la condizione per ridistribuire tempo, responsabilità e accesso alle risorse. Accanto agli interventi pesa anche il lavoro culturale sulla parità delle responsabilità familiari, che procede più lentamente di quanto il profilo della città lascerebbe immaginare.



    immagine-2. Cura di altre persone


    Conciliare la cura

    Infrastrutture di prossimità, servizi e geografie della quotidianità 


    Guardare la città con la lente della conciliazione fra lavoro e cura significa interrogare il territorio sull'offerta di servizi: quanti sono, dove si collocano, quanto sono raggiungibili senza aggiungere spostamenti, quanta continuità offrono nelle ore in cui la giornata si complica – entrate e uscite da scuola, pomeriggi lunghi, settimane estive, imprevisti legati alla fragilità dei corpi non autonomi di cui ci si prende cura. Parma offre un insieme di strumenti pubblici e di terzo settore che, quando funzionano come rete, liberano tempo; restano però alcuni fronti aperti.

    La mappa dei servizi aiuta a vedere dove l'intreccio si indebolisce: le destinazioni per stare fuori casa con bambine e bambini sono diffuse ma spesso di scarsa qualità, mentre i servizi che aiutano a gestire l'imprevisto sono più rari e concentrati, soprattutto nell'area centrale, in Oltretorrente e in San Leonardo. Lo scarto ha un peso concreto: un'area gioco priva di servizi igienici resta una destinazione “a tempo”, che obbliga a rientri anticipati o a soluzioni di ripiego.

    È qui che la dimensione urbana si intreccia con quella domestica: quando la città non assorbe una parte dei bisogni elementari legati alla cura, quei bisogni si traducono in tempo aggiuntivo, spostamenti extra o esclusione diretta. Le opinioni raccolte sulle aree gioco lo confermano – San Leonardo e Oltretorrente fra i quartieri con le difficoltà più marcate. Quando le infrastrutture di prossimità sono percepite come carenti la cura si estende: cresce il tempo di spostamento, aumenta la dipendenza dall'auto, si riducono le opzioni gratuite e vicine. La frammentazione ricade soprattutto su chi gestisce la quota maggiore di accompagnamenti, attese e imprevisti: in larga parte, donne.


    Servizi per la conciliazione della cura

    Sul versante pubblico, il Comune attiva strumenti collegati alla conciliazione soprattutto nei tempi scolastici: i servizi integrativi – pre-scuola, vigilanza in mensa e post-mensa, post-scuola – coprono le fasce orarie in cui lavoro e scuola non coincidono. Le iscrizioni sono legate ai singoli plessi e a soglie minime, il che rende il sistema frammentato, ma l'intervento resta rilevante perché agisce dove la giornata si complica. A questi strumenti si affiancano misure economiche mirate, come il bando Una casa in più, e strumenti di orientamento alla genitorialità – il Centro per le Famiglie, i Laboratori Famiglia, la rete Informafamiglie – che incidono sulla fatica di capire quali possibilità esistono e a quali condizioni. A livello distrettuale, sportelli sociali e poli territoriali sono spesso la porta di accesso quando la conciliazione si intreccia con fragilità, disabilità o non autosufficienza.

    Sul versante del terzo settore, il nodo più concreto è quello dei pomeriggi: doposcuola e supporto ai compiti liberano ore proprio nella fascia in cui molte persone lavorano o rientrano tardi. I Laboratori Compiti gestiti da LiberaMente vanno letti come rete diffusa più che come struttura unica, e la loro presenza reale è più ampia di quanto la cartografia restituisca. Esistono poi soggetti che gestiscono doposcuola strutturati – Lasse Cooperativa Sociale, Eidé Cooperativa Sociale, Il Grillo Parlante – capaci di ridurre passaggi, tempi morti e frammentazione, mentre risorse di prossimità come le banche del tempo rendono il sistema più elastico.


    Per Parma e provincia il rischio è che la conciliazione resti accessibile soprattutto a chi dispone già di risorse, tempo e capacità di orientarsi. A fare la differenza è anzitutto la copertura oraria: i servizi che non raggiungono i momenti critici – mattino presto, uscita, pomeriggio, estate – lasciano scoperte le ore più difficili per chi non ha una rete personale. Pesano poi la prossimità, perché una rete che obbliga a girare fra quartieri consuma in logistica il tempo che dovrebbe liberare, e l'accessibilità economica e informativa. Dove questa combinazione manca o resta concentrata, la cura si privatizza e si allunga; dove la rete è prossima e leggibile, la presenza nello spazio pubblico diventa più semplice e il tempo della cura smette di erodere sistematicamente lavoro, autonomia e benessere.



    L’offerta educativa 0-3 anni


    Negli ultimi anni il Comune di Parma ha intensificato l'impegno nei servizi nido, combinando strutture pubbliche, convenzioni con privati ed espansione dell'offerta. Per l'anno educativo 2025/2026 dichiara 2.072 posti nido disponibili. Le graduatorie mostrano allo stesso tempo una domanda elevata: per il 2025/26 sono state presentate 1.478 domande, con 710 bambine e bambini in lista d'attesa. La persistenza di liste d'attesa significative, nonostante l'ampliamento dell'offerta, rivela che una quota consistente di famiglie non ottiene immediatamente un posto.

    La copertura complessiva si attesta oggi al 61,3-61,5% per i nidi, di cui circa il 43% garantito da posti pubblici: un ritmo alto rispetto alla media italiana (circa 28%) e a quella regionale (circa 41,6%). Il dato aggregato, però, non basta a inquadrare la questione: tipologia di accesso, tariffe e orari di apertura sono dimensioni decisive per l'effettiva accessibilità. Le rette comunali seguono l'ISEE - da 66 €/mese per i redditi più bassi fino a 663 €/mese per le fasce alte - mentre i nidi privati non convenzionati arrivano a 650-800 €/mese e oltre. Il sistema risulta quindi calmierato per le fasce a basso reddito, mentre mostra disuguaglianze sui redditi medi e medio-alti: per molte famiglie la scelta del nido coincide con quella del budget familiare.


    Il sistema di accesso costruisce la graduatoria attorno a un presupposto implicito: il nido come dispositivo di conciliazione tra lavoro e cura. I criteri premiano la presenza di due genitori occupati e la continuità lavorativa, ma producono effetti differenziati da una prospettiva di genere. Le donne, più frequentemente inserite in forme di lavoro intermittente o a bassa tutela, devono dimostrare la propria “occupabilità” in modo più oneroso, con il rischio di punteggi inferiori proprio quando il bisogno di supporto è più intenso, dopo la nascita di una figlia o di un figlio. La recente ricerca della Fondazione Agnelli segnala inoltre che l'accesso ai nidi tende a rafforzarsi per le famiglie con maggiori risorse: il rischio è che il nido, da strumento di riequilibrio, finisca per consolidare le disuguaglianze esistenti. Da qui la necessità di ripensare i criteri, riconoscendo accanto al lavoro stabile anche le traiettorie discontinue e precarie che caratterizzano molte esperienze femminili.


    immagine-2. Cura di altre persone


    Un altro fronte è quello degli orari. Il regolamento prevede tre moduli - tempo ridotto, tempo normale (7:30-16:00) e orario prolungato fino alle 18:00/18:30, attivabile su domanda - ma mancano dati pubblici su quante famiglie utilizzino effettivamente l'orario prolungato. L'assenza di monitoraggio è essa stessa un problema strutturale: la flessibilità oraria, pur formalmente prevista, resta subordinata a disponibilità e discrezionalità, anziché valere come standard. Ne deriva una stratificazione dell'accesso: le famiglie con orari non standard - turniste, pendolari, lavoratrici con contratti irregolari - rischiano di essere penalizzate ogni volta che non ottengono l'orario prolungato, con effetti sulla continuità professionale e sulle prospettive di carriera.

    Il nido si configura così come un asset strutturale della riproduzione sociale e della partecipazione lavorativa, oltre che come servizio educativo. L'esperienza di Parma mostra che un sistema educativo territoriale esteso e di qualità è possibile, ma la sola disponibilità di posti non basta: pesano almeno tre condizioni intrecciate - la flessibilità oraria, finché il tempo prolungato resta un'opzione e non una componente ordinaria; le tariffe, che per le fasce medie spostano il nido “verso il terreno del privilegio invece che del diritto”; e la distribuzione territoriale, che richiede nuovi posti e strutture nei quartieri periferici. A Parma il quadro è migliore che altrove, eppure il nido resta un servizio non pienamente praticabile da tutte le famiglie.


    L'Appennino parmense offre una prospettiva che allarga il quadro. A Palanzano, meno di mille abitanti, dopo la chiusura della scuola dell'infanzia delle suore, l'amministrazione - con il contributo della Fondazione Cariparma - ha inaugurato nel maggio 2025 un nuovo nido comunale: pochi mesi dopo l'apertura gli otto posti erano quasi al completo. La normativa regionale riduce automaticamente di 550 Euro mensili la retta per chi risiede in area montana, ma alla radice c'è stata una scelta politica: decidere che un paese di mille abitanti merita servizi come qualunque altro luogo. Lo raccontano le famiglie della valle: “senza il nido, la scelta era tra non fare figli e lasciare, per le madri, il lavoro”.


    Servizi e dispositivi per la cura delle persone anziane e/o con disabilità


    La cura di lungo periodo incide in modo diretto sull'autonomia e sulla qualità della vita, soprattutto quando la non autosufficienza entra nelle case. Qui i servizi pubblici, il lavoro di cura retribuito e quello svolto in famiglia si intrecciano, e la distribuzione di ruoli, tempi e risorse continua a essere fortemente segnata dal genere. Sul territorio parmense la risposta istituzionale si appoggia a una pluralità di interventi: le cure domiciliari dell'AUSL – che però non comprendono l'assistenza di base alla persona, ricadente sui servizi sociali comunali – e l'assistenza domiciliare comunale per persone anziane non autosufficienti. Nel 2023 l'AUSL ha preso in carico in Assistenza Domiciliare Integrata 11.035 persone, di cui 9.610 over 65.

    Quando l'intensità di cura supera ciò che i servizi pubblici garantiscono, molte famiglie si rivolgono al lavoro di cura retribuito. I dati INPS mostrano che nel 2024 le lavoratrici e i lavoratori domestici con almeno un contributo versato sono stati 817.403, con una composizione fortemente femminile (88,9%) e una quota elevata di persone straniere (68,6%); per la prima volta la quota di assistenti familiari ha superato quella di chi svolge mansioni di collaborazione domestica. La Regione mappa una rete di sportelli dedicati ad assistenti familiari e famiglie – nel parmense lo Sportello Clissa – ma la cura privata resta un pilastro quantitativamente enorme e strutturalmente femminilizzato: senza politiche di stabilizzazione, formazione, protezione e riconoscimento, l'espansione della domanda di cura rischia di essere assorbita da lavoro poco tutelato e da carichi familiari che ricadono soprattutto sulle donne.


    immagine-2. Cura di altre persone


    La composizione demografica locale aiuta a vedere un meccanismo spesso implicito. A Parma la popolazione straniera residente è di 36.327 persone (18% del totale) e le prime comunità – Romania, Moldavia, Filippine – coincidono con alcune delle principali geografie di origine del lavoro di cura migrante in Italia. È il funzionamento concreto delle global care chains [catene globali della cura]: una donna lascia il proprio Paese per assistere figli, anziani e case di altre famiglie, e affida a sua volta le persone di cui si prendeva cura a un'altra donna rimasta nel Paese d'origine – una nonna, una sorella, un'altra lavoratrice retribuita, spesso a sua volta migrante. La famiglia parmense che assume un'assistente familiare colma il proprio deficit di cura acquistando il lavoro di una donna che, per renderlo disponibile, ha lasciato scoperto il proprio: il bisogno di cura cambia indirizzo più di quanto diminuisca, e ricade a ogni passaggio su donne con sempre meno potere contrattuale.

    Le stime confermano la fragilità delle condizioni lavorative: il VI Rapporto dell'Osservatorio DOMINA indica per il settore domestico il tasso di irregolarità più alto in Italia (47,1%), una platea complessiva che supera i 3,3 milioni di soggetti e una spesa delle famiglie di circa 13 miliardi di Euro. Accanto alla cura domiciliare, l'accoglienza residenziale resta cruciale quando la non autosufficienza richiede assistenza continuativa: la tariffa di riferimento in Casa Residenza Anziani è di 50,05 Euro al giorno, con un contributo regionale 2024 per gli ISEE più bassi che però ha avuto carattere temporaneo. Nel 2024 le CRA del territorio accoglievano 879 persone con un tasso di occupazione del 99%, il Servizio Sociale ha accompagnato oltre 3.400 famiglie e le risorse impegnate ammontavano a circa 26,85 milioni di Euro. Il sistema è destinato ad ampliarsi, con nuove CRA previste entro il 2026.

    La risposta istituzionale non esaurisce il quadro: una rete di terzo settore e volontariato connette le persone anziane con la comunità secondo logiche di prossimità che i servizi formali faticano a replicare – Auser Parma con il Filo d'Argento, la rete “Non più soli” coordinata da Parma welFARE, il progetto “Sostenere i caregiver” con supporto psicologico e attività di sollievo, e l'esperienza di coabitazione solidale della “Casa Sociale e Solidale”. La tenuta di questa filiera – che riesce a tenere insieme sanità, sociale e orientamento – ha però un limite preciso: se la domanda cresce più in fretta della capacità pubblica di presa in carico e dell'offerta di lavoro regolare, il sistema si riequilibra attraverso due canali regressivi – l'aumento del lavoro informale e quello dei carichi familiari – che ricadono di nuovo, in larga parte, sulle donne.


    L'insieme dei servizi si estende alle persone con disabilità attraverso un'architettura socio-sanitaria articolata per intensità di bisogno, tra cura domiciliare, frequenza diurna e soluzioni residenziali. L'AUSL mappa centri socio-occupazionali e socio-riabilitativi accreditati; l'accesso avviene tramite valutazione di una commissione mista AUSL-Comune che definisce il progetto individuale. All'assistenza domiciliare si affianca l'assegno di cura (23 Euro al giorno per la disabilità grave, fino a 45 nei casi più intensivi), mentre fondi specifici coprono situazioni ad alta vulnerabilità: il programma Dopo di noi (legge 112/2016), tradotto a Parma in scuole di autonomia e appartamenti sperimentali, e il programma Vita indipendente. Per il 2023 il Comune ha destinato circa 10 milioni di Euro ai servizi per persone con disabilità.

    Dal 2024 il quadro normativo è in trasformazione: il D.lgs 62/2024 [decreto sulla definizione della condizione di disabilità] ha avviato la riforma del sistema di valutazione, introducendo il “progetto di vita individuale personalizzato e partecipato” come strumento unitario che supera la frammentazione delle certificazioni precedenti, con piena applicazione prevista dal 2026. Il territorio ospita anche esperienze di partecipazione civica e sportiva che affiancano i servizi istituzionali – Parmaccessibile, che documenta l'accessibilità di luoghi e percorsi urbani partendo dalla consapevolezza che le barriere da abbattere sono culturali oltre che fisiche, e Gioco Parma A.S.D., associazione gestita da persone con disabilità per persone con disabilità. Una rete civica che estende la logica dei servizi verso la partecipazione urbana e sportiva, ambiti in cui la dimensione di genere resta rilevante tanto nella distribuzione delle opportunità quanto nell'accessibilità degli spazi.

    Le reti del welfare

    Attivismo e terzo settore


    A Parma il perimetro entro cui si lavora sulle questioni di genere è più ampio di quanto il discorso pubblico lasci intravedere: circa settanta realtà – associazioni, reti, presìdi – operano sul territorio con storie e approcci anche distanti tra loro, dal Centro Antiviolenza attivo da quarant’anni alla Casa delle donne di Parma, da Maschi che si immischiano alle associazioni di donne migranti come Vagamonde, fino a L’Ottavo Colore per i diritti LGBTQIA+ e alle Donne in Nero. Non è un arcipelago omogeneo, eppure questa densità segnala che la domanda di spazi in cui costruire diritti, relazioni e parola politica non si è esaurita nell’offerta dei servizi pubblici: il territorio ha continuato a produrre risposte dal basso, in anticipo rispetto alle istituzioni o in dialogo con esse.


    Negli anni si è consolidata una rete di progetti che fa del welfare locale un’infrastruttura comune, capace di intrecciare intervento pubblico, cooperazione sociale e iniziativa civica. Qui le questioni di genere non sono un ambito settoriale ma una chiave di lettura trasversale: tempi di cura, accesso al lavoro, dipendenza economica, vulnerabilità abitativa e violenza incidono in misura diversa su donne e soggettività LGBTQIA+, soprattutto quando si sommano ad altre fragilità. La coesione sociale si misura allora meno sull’esistenza dei servizi e più sulla loro capacità di ridurre queste asimmetrie, evitando che il costo dell’accesso ricada proprio su chi dispone di meno risorse materiali e relazionali.


    Il terzo settore di Parma e provincia regge buona parte della cura, dell’accompagnamento, dell’accoglienza e della tutela delle persone, operando come erogatore di servizi e insieme come dispositivo di traduzione tra bisogni e diritti. È spesso la soglia reale tra bisogni quotidiani e risposte disponibili, e permette di osservare la città nel suo uso minuto: chi accede ai servizi e chi ne resta escluso. Non è un’anomalia locale: in Emilia-Romagna il sistema degli enti del terzo settore ha una consistenza tale che la Regione si è dotata di strumenti conoscitivi dedicati, e Parma emerge come uno dei territori più densi anche in rapporto alla popolazione.


    immagine-3. Cura della comunità


    La collaborazione tra Comune e terzo settore


    Negli ultimi anni il Comune ha provato a mettere ordine in questa infrastruttura con dispositivi di governance pensati per rafforzare prossimità e presa in carico: il Patto Sociale e la rete dei Punti di Comunità. Il Patto si presenta come alleanza tra amministrazione, aziende sanitarie, università, volontariato e mondo associativo; i Punti di Comunità, coordinati dal CSV, fanno da “porta” territoriale con ascolto, orientamento e attivazione di risorse locali. È una scelta importante perché riconosce che la domanda di welfare arriva spesso in forme genderizzate, dato che tempo, cura e dipendenza economica hanno ancora una distribuzione asimmetrica, soprattutto quando si intrecciano con condizioni migratorie o marginalità lavorative.

    È qui che emerge un primo nodo. Quando il sistema funziona abbassa la soglia d’ingresso ai servizi; quando si inceppa, quella soglia si rialza, e a pagarne il prezzo è chi parte già scoperto: chi si muove con il passeggino, chi lavora su turni, chi vive fuori città, chi non ha reti familiari o padronanza linguistica. L’esperienza raccontata da CIAC è eloquente: corsi di lingua in orari poco flessibili, sedi difficili da raggiungere, assenza di supporti alla cura - e basta un servizio di babysitting perché la partecipazione cresca nettamente. Quando i servizi non incorporano la dimensione della cura, finiscono per produrre selezione sociale.


    L’attivismo femminista locale

    Nella mappa delle realtà che si occupano di genere un posto specifico spetta alla Casa delle donne di Parma, associazione femminista e transfemminista fondata nel 2020. Ottenuta nel 2025 una sede stabile in via Melloni, articola la propria presenza su due piani: uno sportello di ascolto e accompagnamento rivolto a donne di ogni età e provenienza, in dialogo con il Centro Antiviolenza, e un programma culturale e formativo con gruppi di lettura, una biblioteca femminista a prestito libero e il festival Re/Sister. Questa doppia vocazione la rende un soggetto difficilmente riconducibile alla categoria di “servizio”: uno spazio in cui la risposta a un bisogno individuale prende forma dentro una cornice collettiva di analisi e trasformazione.

    Un’altra voce è Maschi che si immischiano, nata nel 2016 da una premessa scomoda: la violenza contro le donne è un problema maschile e va affrontato a partire da chi lo produce. L’associazione lavora nelle scuole e negli spazi pubblici promuovendo tra gli uomini una riflessione sui modelli di mascolinità. Questo lavoro di prevenzione culturale presidia una delle dimensioni su cui le politiche antiviolenza restano più deboli, concentrate sull’intervento a valle più che sulle cause.

    Radice storica del lavoro femminista in città, il Centro Antiviolenza mostra un’altra dimensione cruciale del terzo settore: la produzione di saperi. Samuela Frigeri racconta quarant’anni in cui all’inizio si imparava ascoltando le donne; oggi il lavoro coinvolge servizi e figure professionali spesso non formate, ancora esitanti nel credere alle donne. La critica registra una frizione tra esperienza narrata e credibilità riconosciuta, e la formazione diventa parte costitutiva del lavoro, anche grazie a reti come Di.Re.


    La tutela dei diritti LGBTQIA+

    Un secondo ambito in cui la collaborazione tra terzo settore e istituzioni porta alla luce ciò che resterebbe sommerso riguarda i diritti LGBTQIA+. A Parma esistono una cornice istituzionale, il Protocollo LGBT, e un presidio operativo, il Centro Antidiscriminazione “Un Arcobaleno per Parma”, che lavora su ascolto, supporto psicologico, consulenza legale e segnalazioni. Nell’intervista a Elena D’Epiro, presidente di L’Ottavo Colore, emerge la natura di questo presidio: un’équipe multidisciplinare e una risposta di rete, con una crescita marcata delle persone supportate - circa 200-250 l’anno - e una criticità strutturale sulle liste d’attesa psicologiche. La domanda cresce perché crescono visibilità e consapevolezza, ma anche perché fratture familiari, discriminazioni sul lavoro e fragilità abitative restano meccanismi reali di esclusione, come confermano i dati nazionali ISTAT-UNAR sul clima ostile nei contesti di lavoro.

    La cornice entro cui questo presidio si è sviluppato è quella della rete RE.A.DY, a cui il Comune aderisce dal 2013. Quando questa appartenenza non resta sulla carta ne discendono risultati concreti: il Protocollo LGBT e l’avvio del Centro Antidiscriminazione sono, almeno in parte, frutto di quell’adesione.


    immagine-3. Cura della comunità


    Sex work, tra sicurezza e diritti

    Anche dove la tutela dei diritti è più controversa la collaborazione tra terzo settore e amministrazione rende visibili marginalità difficili da intercettare. Del sex work si occupa la Struttura Operativa Fragilità del Comune con il progetto “Oltre la Strada”. Nelle parole di Silvia Chiapponi il primo passo è non promettere soluzioni facili: non esistono strumenti capaci di garantire davvero sicurezza a chi pratica sex work. Emerge una sfasatura di fondo: il fenomeno è cambiato, spostandosi verso contesti privati e annunci online, mentre gli strumenti per leggerlo sono rimasti gli stessi.

    Il vocabolario classico dell’intervento - emersione, protezione, uscita - intercetta così una porzione sempre più ridotta della realtà, e la parola “scelta” resta fortemente condizionata. Il lavoro di prossimità tiene aperto un filo, spostando lo sguardo dall’ordine pubblico ai diritti: le unità di strada operano come presidio di prevenzione sanitaria e primo contatto. Il limite è strutturale - mancano percorsi di salute mentale continuativi - e quando l’unica lingua pubblica disponibile è quella della sicurezza i corpi delle sex worker diventano terreno di controllo più che soggetti di diritti.


    Accoglienza e integrazione: donne migranti e supporto territoriale

    Nel 2024 CIAC ha garantito accoglienza a 603 persone migranti o rifugiate in 77 strutture, per circa 380 posti; i nuclei familiari e monogenitoriali ne rappresentano il 71%. È un dato che riguarda da vicino le donne, perché i nuclei monogenitoriali hanno spesso una guida femminile. Nel racconto di CIAC l’abitare è oggi l’ostacolo più duro: anche con un lavoro stabile l’accesso alla casa per le persone straniere resta fragile, e in presenza di figli diventa una paura costante di perdere l’alloggio. La crisi abitativa si traduce in crisi di autonomia, di uscita dalla violenza, di continuità scolastica e di salute mentale.

    Arricchisce il quadro Vagamonde, associazione nata nel 2003 per iniziativa di donne straniere e italiane. Attraverso il punto d’incontro Rose e Pane, il teatro e i corsi di italiano ha dato forma a uno spazio in cui le donne migranti trovano visibilità e riconoscimento delle proprie competenze: il punto in cui l’integrazione smette di essere una pratica unilaterale e diventa costruzione condivisa di un legame con la città.

    Alcune pratiche si rivelano particolarmente capaci di fare città perché lavorano sulle soglie tra bisogno e diritto. Lo Spazio sicuro per le donne gestito da CIAC è pensato come luogo ibrido, di relazione più che prestazionale, in cui non occorre presentarsi con un bisogno già formulato. La trasformazione più interessante riguarda la politicizzazione della cura: esperienze individuali rilette come problemi condivisi, con un effetto di legittimazione della parola. Una pratica che sposta l’asse dall’assistenza alla capacità - non “ti aiuto perché sei fragile”, ma “costruiamo le condizioni perché tu possa nominare ciò che ti attraversa e agire nella città” - e che si misura con una questione spesso rimossa, la discriminazione dentro i servizi.


    Le biblioteche come presidio di coesione sociale

    Tra i servizi culturali di prossimità le biblioteche hanno una soglia d'accesso realmente bassa, e letti da una prospettiva di genere i dati restituiscono un profilo dell'utenza di particolare interesse. Al 31 dicembre 2025 le iscritte alle biblioteche comunali sono 77.511, pari al 57,77% degli utenti registrati, e il 61,83% dei prestiti riguarda donne: uno scarto che indica una frequentazione più continua rispetto agli uomini. Nei gruppi di lettura la proporzione sale, con una partecipazione femminile dell'82%, che si accentua tra le over 60, il gruppo più attivo.

    Lo squilibrio nei gruppi di lettura non è specifico di Parma e riflette costruzioni culturali consolidate intorno alla lettura. Lo conferma il gruppo Sibilla, alla Biblioteca Malerba, dedicato alle tematiche di genere, dove solo un quarto dei partecipanti è di genere maschile: i luoghi in cui si discute di genere riescono raramente a coinvolgere gli uomini, così che il confronto tende a svolgersi tra chi già condivide un'impostazione comune.

    Le biblioteche interessano in quanto spazi pubblici non commerciali, in cui la presenza non richiede spesa, appartenenza o identità dichiarata: uno dei pochi luoghi urbani in cui persone di età, provenienza e condizione diverse condividono lo stesso spazio con regolarità. Vale ancora di più per quelle con utenza multiculturale, come la Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi, dove molte donne straniere trovano un punto di riferimento per l'orientamento linguistico e l'accesso alla vita culturale della città.


    Parma appare dunque come un territorio dove il terzo settore svolge tre funzioni decisive per le politiche di genere. Traduce, trasformando bisogni informi in percorsi accessibili; tiene, garantendo continuità là dove i sistemi pubblici faticano ad assicurarla; e fa politica urbana, dando un nome a ciò che la città tende a neutralizzare. Resta aperta una domanda di prospettiva: come riconoscere i punti in cui questa rete produce valore pubblico e renderlo strutturale senza scaricare sulle persone il costo nascosto dell’accesso. È la differenza tra una città che subisce la cura e una città che la progetta, la finanzia e la rende attraversabile, affrontando le tematiche di genere a partire dalle condizioni materiali - tempi, case, lavoro, salute, reti - che rendono possibile una vita autonoma per tutte e per tutti.



    Spazio pubblico e diritto alla città

    Accessibilità, uso e qualità degli spazi urbani


    Parlare di cura della comunità significa anche parlare di cura della città, definita dalle condizioni qualitative degli spazi che attraversiamo ogni giorno. Dalla prospettiva dell’accessibilità emergono due livelli: la continuità dei percorsi, cioè poter camminare senza ostacoli e conflitti d’uso, e la possibilità di permanere nello spazio pubblico. I dati del questionario sulla vita quotidiana mostrano da un lato le barriere minute che rendono faticoso muoversi, dall’altro le micro-infrastrutture - bagni, sedute, gestione dei rifiuti - che rendono praticabile la permanenza e che, quando mancano, trasformano l’esperienza urbana in una sequenza di rinunce.

    Sul fronte delle barriere colpisce che le criticità più citate riguardino la contesa e la discontinuità dello spazio pedonale più che le rampe assenti. Tra le persone con disabilità la barriera più segnalata è la presenza di bici o monopattini sui marciapiedi (59,72%), seguita da buche e marciapiedi sconnessi; tra le persone anziane la graduatoria conferma la stessa grammatica, con le auto in sosta che restringono i passaggi. L’accessibilità rinvia così a un’esperienza ripetuta di negoziazione dello spazio, che alza la soglia di vulnerabilità lungo i tragitti quotidiani.


    Il quadro dialoga con l’idea di “città praticabile” per bambine, ragazze e giovani donne: quando muoversi richiede un controllo costante, la libertà di spostamento si restringe prima per chi già sperimenta esposizione e molestie. Programmi e report internazionali mostrano come percezione di insicurezza ed esperienze di molestie incidano sulle scelte quotidiane delle adolescenti: evitare strade, limitare gli orari, rinunciare a soste e attività.

    Entrando nell’adolescenza molte ragazze riducono l’uso di parchi e spazi ricreativi perché gli spazi disponibili sono pensati per bambine e bambini piccoli o per attività codificate e più frequentate dai coetanei maschi. A Parma, tra i 14-17 anni, oltre l’80% delle ragazze dichiara di non usare o di usare solo marginalmente le attrezzature sportive diffuse, mentre tra i maschi cresce l’uso intermittente. Più che “mancanza di interesse”, si misura una questione di progetto e di contesto: dove sono collocate, come si raggiungono, che comfort offrono e chi si sente legittimata a usarle.


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    Il tema dei bagni pubblici è un ulteriore indicatore della possibilità di abitare lo spazio pubblico: circa l’85% delle persone rispondenti esprime un bisogno netto di bagni puliti e presidiati. È un dato trasversale per genere: senza questa infrastruttura elementare la città resta un luogo dove si passa ma in cui si fa fatica a restare. Vale per chi mestrua, per chi accompagna bambine e bambini, per chi ha necessità di salute, per chi è anziana. I bagni non sono un servizio aggiuntivo ma una condizione di autonomia, e trattarli come questione pubblica è una scelta di priorità, come segnala la vicenda del bagno autopulente del Parco Ducale, fuori uso dal 2025.

    Le aree gioco restano spesso intrappolate in una concezione stretta: recinto, due o tre strutture standard, una panchina a bordo, un uso prescritto che perde senso non appena cambiano età, corpi e ritmi. La direzione più promettente è ripensarle come infrastruttura di prossimità, micro-spazi dove si può stare anche senza fare qualcosa di specifico: sedute in più posture, ombra, buona luce serale, acqua e servizi essenziali vicini, elementi che trasformano la visita in permanenza e la permanenza in possibilità di incontro.


    Il salto di qualità riguarda soprattutto chi resta ai margini di questi luoghi: preadolescenti e adolescenti, in particolare le ragazze, che spesso non vi trovano uno spazio “per loro”. Dove l’offerta si riduce a due estremi - giochi per i più piccoli e attrezzature sportive competitive - manca una fascia intermedia fatta di spazi per stare e attraversare il parco senza sentirsi fuori posto. Pensare le aree gioco come luoghi aggregatori significa progettare una scena pubblica plurale, in cui ogni età possa sostare con dignità, e trasformare il recinto in un nodo di spazio pubblico capace di sostenere autonomia e vita urbana.

    Anche la gestione dei rifiuti entra nello sguardo sulla città come infrastruttura della permanenza. I dati mostrano una fotografia disomogenea tra quartieri, con punte di insoddisfazione a Parma Centro, Oltretorrente e San Leonardo. La lettura urbanistica è lineare: dove la cura ordinaria è intermittente, lo spazio pubblico perde affidabilità e la permanenza diventa meno praticabile per chi ha meno margine di manovra.


    Permettere la permanenza significa spostare l’attenzione dall’accessibilità come requisito tecnico all’accessibilità come esperienza ordinaria: quante rinunce impone restare fuori, e chi può farlo senza sentirsi fuori posto. Le frizioni più ricorrenti incidono in modo selettivo su persone anziane, persone con disabilità, adolescenti e ragazze. Una traiettoria di lavoro concreta tratta bagni, comfort climatico, sedute, illuminazione, pulizia e micromobilità come parti di una stessa infrastruttura civica, e verifica ogni intervento a partire da chi oggi usa meno la città: se uno spazio funziona per una quindicenne che vuole sostarvi senza esposizione e per chi si muove con difficoltà senza negoziare ogni metro, allora sta migliorando davvero l’accessibilità, ampliando la platea di chi può abitare lo spazio pubblico con continuità, autonomia e desiderio.

    Violenza di genere: dati e trend


    Nel quinquennio 2020-2025 le forze dell'ordine registrano nel territorio di Parma un numero elevato di interventi per violenza domestica. Tra gennaio e novembre 2025 i Carabinieri hanno attivato 495 «codici rossi», raccolto oltre 416 denunce per reati come maltrattamenti, atti persecutori, violenza sessuale e revenge porn, ed eseguito 27 arresti: valori superiori ai totali storici precedenti. Anche le chiamate al numero nazionale antiviolenza seguono la stessa curva, con 3.674 segnalazioni dall'Emilia-Romagna nel 2024, in crescita del 19% sull'anno prima.

    Il Centro Antiviolenza di Parma è il principale presidio di accoglienza del territorio, e il numero di donne che vi si rivolgono cresce con continuità: dopo la flessione del 2022 (289 accolte), il dato è risalito a 382 nel 2023, 417 nel 2024 e 434 nel 2025. Le forme di abuso si presentano quasi sempre intrecciate: tra le accolte del 2023, oltre il 90% aveva subìto violenza psicologica, il 71% fisica, il 56% economica e il 22% sessuale. La violenza psicologica attraversa la quasi totalità dei casi, e le operatrici la riconducono a una dinamica prolungata di controllo prima ancora che a singoli episodi.

    I dati socio-demografici restituiscono un'utenza in prevalenza adulta e italiana (60-65% delle accolte), con un'età concentrata nella fascia centrale della vita: a livello regionale il 43% delle donne ricoverate per violenza ha tra i 25 e i 44 anni. Una parte rilevante delle accolte ha figlie e figli minori - il 61,3% nel 2021 - che in molti casi hanno subìto o assistito alle violenze, portando dentro il Centro la questione della violenza assistita.


    Sulle caratteristiche di chi agisce violenza mancano dati provinciali pubblici, ma le rilevazioni regionali e nazionali concordano: la quasi totalità degli abusi matura all'interno di relazioni note. In Emilia-Romagna, tra le donne prese in carico per la prima volta nel 2022, il 63,5% aveva subìto violenza dal partner o dal marito e il 18% da un ex partner; l'ISTAT rileva che il 69,2% delle violenze segnalate al 1522 avviene in casa. Chi aggredisce da una posizione di totale estraneità rappresenta, statisticamente, un'eccezione.

    La crescita delle denunce e delle richieste di aiuto va letta con cautela. Un aumento delle segnalazioni non corrisponde necessariamente a un aumento della violenza reale: più spesso riflette l'emersione di casi rimasti a lungo sommersi, resa possibile da una consapevolezza più diffusa e da servizi più accessibili. Le chiamate al 1522 sono passate da circa 30.600 nei primi nove mesi del 2023 a 48.000 nello stesso periodo del 2024, spesso in corrispondenza di campagne mediatiche e fatti di cronaca più che di un'impennata degli abusi. La parte sommersa resta ampia: solo il 10,5% delle vittime di partner o ex partner ha denunciato nell'ultimo quinquennio, e il 65,5% di chi si rivolge al 1522 non aveva mai denunciato l'abuso subìto.


    Servizi a contrasto della violenza di genere


    A Parma la rete dei servizi antiviolenza si compone di presidi con funzioni distinte e interconnesse. Al centro operano il Centro Antiviolenza e il CAVS in ambito ospedaliero, che costruiscono un doppio canale - territoriale e sanitario - per la presa in carico della violenza domestica e sessuale. Il numero nazionale 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24 anche via chat, resta la soglia più rapida e accessibile; per i casi di tratta e grave sfruttamento intervengono il progetto comunale Oltre la Strada e il Numero Verde Antitratta.

    Il Centro Antiviolenza mette a disposizione colloqui di supporto psicologico e di orientamento, mediatrici culturali, consulenza legale con assistenza per il patrocinio gratuito e le ordinanze protettive, orientamento lavorativo e sostegno all'autonomia abitativa. Le operatrici accompagnano fisicamente le donne negli incontri con le forze dell'ordine, le avvocate e gli avvocati, i servizi sociali e sanitari, e coordinano la rete di case-rifugio, con quattro case e trentatré posti letto. Allo stesso sistema appartiene lo Spazio sicuro per le donne e le ragazze, rivolto spesso a donne in condizione di doppia vulnerabilità.

    Sul fronte di chi agisce violenza, l'AUSL gestisce il programma Liberiamoci dalla Violenza (LDV), un percorso volontario in quattro fasi condotto dalle psicologhe dell'Unità Operativa Salute Donna. A una scala diversa si collocano i Punti Viola del progetto DonneXStrada: esercizi commerciali - farmacie, negozi, bar - il cui personale è formato per riconoscere situazioni di difficoltà e offrire un primo riferimento. A Parma e provincia hanno aderito ventotto farmacie, con settantasei persone formate e 41 punti complessivi: non sportelli specialistici, ma presidi diffusi nel tessuto urbano quotidiano.

    La mappatura restituisce una rete che lavora su scale molto distanti, dalla presa in carico specialistica e prolungata fino alla presenza capillare di chi sta dietro il bancone di una farmacia. È nei punti di passaggio tra un presidio e il successivo che la rete mostra la sua tenuta o la sua fragilità.


    immagine-4. Violenza e insicurezza


    Credere alle donne: quarant’anni di Centro Antiviolenza a Parma. Intervista a Samuela Frigeri, Centro Antiviolenza di Parma



    Esperienze di molestie e violenze sessuali nello spazio pubblico


    Il questionario sulla vita quotidiana, diffuso tra gennaio e marzo 2025 per questa ricerca, conferma un forte divario di genere. Circa una donna su quattro (22,87%) dichiara di aver subìto molestie almeno una volta negli ultimi cinque anni in luoghi pubblici, contro il 4,46% degli uomini; le esperienze frequenti sono riferite quasi esclusivamente da donne. Sulle violenze sessuali, circa l'8% delle donne dichiara di aver subìto un episodio nel corso della vita, a fronte di proporzioni prossime all'1% tra gli uomini.

    Le evidenze ufficiali confermano il quadro. Secondo l'ISTAT, 8,8 milioni di donne (il 43,6% delle italiane tra i 14 e i 65 anni) hanno subìto qualche forma di molestia sessuale, e il 23,4% delle donne dai 16 anni in su ha subìto violenza sessuale almeno una volta. Il 97% delle vittime donne identifica un aggressore maschio. Il questionario parmense e le statistiche nazionali ed europee convergono nel descrivere uno spazio pubblico che le donne attraversano molto più esposte degli uomini.


    Il dato si fa più nitido disaggregando per età. Tra le donne di 18-24 anni solo il 43,06% dichiara di non aver mai subìto molestie, così che quasi otto su dieci in questa fascia hanno alle spalle almeno un'esperienza. La quota di chi risponde "mai" cresce con l'età, fino all'88,94% tra le ultrasessantacinquenni: la giovane età si conferma un fattore di vulnerabilità specifico.

    Il fenomeno resta in larga parte sommerso. Quasi nove persone su dieci (85,91%) non hanno mai denunciato i fatti. La motivazione più citata è la percezione che l'episodio non fosse abbastanza grave (44,53%), seguita dalla convinzione di non disporre di prove sufficienti (40,15%); una persona su cinque dichiara poca fiducia nelle forze dell'ordine. Anche il quadro nazionale ed europeo segna lo stesso passo - circa il 75% delle donne che subiscono violenza non denuncia - in una continuità in cui il silenzio alimenta a sua volta l'invisibilità del fenomeno.


    immagine-4. Violenza e insicurezza


    Il ruolo della paura nell'esperienza della città e nel dibattito pubblico sulla sicurezza


    I dati del questionario mostrano quanto la paura strutturi le abitudini di mobilità femminile nelle ore serali. Oltre il 41% delle donne riconosce nella paura un fattore che condiziona le proprie scelte di mobilità serale (il 17,58% non esce la sera da sola), mentre tra gli uomini la quota totale supera di poco il 20%. Le testimonianze descrivono un adattamento continuo - percorsi scelti in funzione dell'illuminazione, abbigliamento modulato, richieste di compagnia o rinunce dirette - pratiche talmente incorporate da risultare automatiche, che gli uomini citano raramente.

    Il divario si accentua tra le più giovani: sono le donne under 35 a evitare con maggiore frequenza le uscite notturne in solitaria (26,55%). I dati di Parma si allineano a quelli nazionali ISTAT, secondo cui il 16,4% delle donne si sente insicura uscendo da sola di sera contro il 7,4% degli uomini. Per molti uomini la stessa libertà non richiede alcuna negoziazione: è un presupposto dato per scontato, pur abitando la medesima città in condizioni di accesso radicalmente diverse.

    Le risposte aperte restituiscono una mappa dell'insicurezza in cui i luoghi che generano timore non coincidono con quelli più pericolosi in senso statistico, ma con quelli dove si concentrano scarsa frequentazione, illuminazione insufficiente, assenza di sorveglianza, difficoltà di fuga. Parchi e aree verdi, sottopassaggi pedonali e la zona della stazione tornano con insistenza. Una presenza visibile di povertà finisce per essere letta come prova di pericolosità, in assenza di qualunque riscontro nei dati, anche per il modo in cui la stampa locale racconta la città con titoli allarmati e immagini di persone senza dimora.


    immagine-4. Violenza e insicurezza


    Sui fattori di insicurezza la lettura cambia tra donne e uomini. L'assenza di presidi visibili è indicata da oltre il 46% delle intervistate, e per gli uomini è ancora più sentita (48,4%). La presenza di gruppi composti esclusivamente da uomini sconosciuti, invece, è segnalata dalle donne con frequenza molto maggiore (28,8% contro 8,7%), così come la carenza di illuminazione (42,5% contro 28,8%). A parità di luogo, le donne colgono segnali di potenziale pericolo che gli uomini tendono a ignorare: la sicurezza si conferma, oltre che una condizione oggettiva, una costruzione soggettiva profondamente influenzata dal genere.

    Nei commenti aperti emerge anche un registro che assimila insicurezza e presenza straniera, una narrazione priva di riscontri nei dati che alimenta un clima di sospetto - pur non mancando voci che la mettono in discussione. Le conseguenze restano concrete: molte donne restringono la propria geografia urbana, e l'urbanistica di genere indica da tempo che lavorare su illuminazione, presenza umana e manutenzione produce città più vivibili.


    Su tutto pesa una dissonanza di fondo. Il luogo statisticamente più pericoloso per una donna è spesso la propria abitazione - nel primo trimestre 2025 il 68,7% delle vittime che hanno contattato il 1522 ha indicato la casa come luogo della violenza, e il 63,8% degli stupri è commesso da un partner o ex partner - eppure la paura si orienta verso il "fuori". La criminologia studia da decenni questa sfasatura sotto il nome di "paradosso della vittimizzazione": le donne hanno paura dove statisticamente subiscono meno violenza, e faticano a riconoscerla dove è più frequente.

    La paura urbana non nasce comunque dal nulla: discende in parte da una strumentalizzazione mediatica, ma anche da esperienze concrete - sguardi insistenti, commenti sgradevoli, approcci indesiderati - che si sommano a una socializzazione che insegna alle bambine a stare attente in pubblico. Spazio pubblico e spazio domestico, in questa lettura, smettono di essere due capitoli separati: le condizioni che rendono una strada percorribile dopo il tramonto appartengono allo stesso ordine di problemi della violenza che matura dentro le case. Sentirsi libere e a proprio agio nella città resta, per le donne di Parma e non solo, un diritto distribuito in modo diseguale.


    Il caso delle "zone rosse"


    Nel dibattito locale hanno acquisito di recente forte rilievo le cosiddette zone rosse: ordinanze prefettizie che limitano temporaneamente l'accesso e lo stazionamento in alcune aree urbane per le persone ritenute pericolose o moleste. A Parma sono state introdotte nell'autunno 2025 - dapprima il Parco Ducale e l'area della Stazione - e poi estese a San Leonardo, alla Ghiaia, alla Pilotta, a Piazzale della Pace, ad alcune vie del centro e, dall'inizio del 2026, a gran parte dell'Oltretorrente. Secondo le autorità l'obiettivo è prevenire i reati e accrescere la sicurezza percepita.

    La misura ha alimentato un dibattito acceso. Associazioni e gruppi del territorio sostengono che questi provvedimenti affrontino i sintomi del problema spostandoli altrove, senza incidere sulle cause, colpendo in modo selettivo gruppi già fragili - persone senza dimora, persone migranti, chi fa uso di sostanze - e trasformando un disagio sociale in una questione di ordine pubblico. Per chi critica la misura, le zone rosse finiscono per criminalizzare la povertà e per normalizzare la sospensione di diritti fondamentali in nome di un'emergenza permanente.


    Su questo dibattito la dimensione di genere incide in modo diretto. Le aree rosse vengono spesso giustificate anche attraverso la sicurezza delle donne, ma i dati di questo capitolo mostrano che si tratta di un appoggio fragile: un'ordinanza che allontana da una piazza chi vi staziona non tocca il luogo in cui le donne subiscono violenza con maggiore frequenza, la propria casa, né la relazione in cui essa matura. Usare la paura femminile come legittimazione di provvedimenti che selezionano per provenienza o condizione sociale non riduce la violenza di genere e salda la sicurezza delle donne alla narrazione del pericolo straniero, distante dai fatti. La stessa logica della rimozione può inoltre ricadere su soggettività diverse - persone che praticano sex work, soggettività LGBTQIA+, donne sole lette come "irregolari" - rendendo lo spazio più sorvegliato senza renderlo più ospitale.

    Il caso mette così a confronto due idee di sicurezza urbana: l'una punta sull'azione immediata di controllo del territorio e cerca risposte tangibili nel breve periodo; l'altra guarda alla prevenzione e al sostegno sociale, e considera che una città sicura nel tempo si costruisca riducendo disuguaglianze e marginalità. La seconda chiede tempi lunghi e investimenti meno visibili, e proprio per questo fatica a reggere il confronto nel discorso pubblico. Una politica di sicurezza che agisca solo sui sintomi sposta il problema senza scioglierlo, mentre la paura si riduce dove crescono coesione sociale, welfare di prossimità, qualità e cura degli spazi.


    Governare la paura, costruire fiducia. Intervista a Michele Guerra, Sindaco di Parma.

    La casa pubblica come leva dell'autonomia femminile


    Il patrimonio di edilizia residenziale pubblica a Parma copre il 3,7% del totale degli alloggi, una quota superiore alla media nazionale (2,6%) e alle percentuali di Roma e Milano, ma lontana dal 37% dei Paesi Bassi, dal 21% della Danimarca o dal 16,8% della Francia: una distanza strutturale che misura il peso reale dello strumento pubblico nelle politiche abitative.

    In questo quadro contenuto, la casa popolare è in larga misura abitata e gestita da donne. Oggi il 59% degli alloggi ERP è intestato a una donna, e il dato è stabile da tempo (60% nel 2010). La stabilità segnala una funzione precisa: sostenere l'accesso alla casa di una parte della popolazione femminile in condizioni di fragilità abitativa. Cambia invece il profilo delle provenienze: il 42,3% degli alloggi è intestato a una persona nata all'estero, e tra le nuove assegnazioni la quota è salita dal 43,6% del 2010 al 56,8% del 2025.


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    Il reddito marca la differenza. Il reddito familiare mediano dei nuclei con intestataria donna supera di poco i 15.000 euro annui, contro i quasi 20.000 dei nuclei con intestatario uomo. Lo scarto riflette un modello in cui molte donne adulte non hanno un'occupazione retribuita continuativa o si dedicano interamente alla famiglia, con conseguente precarietà economica e mancata autonomia patrimoniale. Per molte, la casa pubblica è ciò che rende sostenibile mantenere un'abitazione a fronte di redditi limitati.

    I nuclei con intestataria donna sono più piccoli (2,27 componenti contro 2,75). Tra chi vive solo in un alloggio ERP, il 62,1% è composto da donne, spesso anziane rimaste sole dopo una separazione o una vedovanza: per loro l'edilizia pubblica garantisce una stabilità che consente di invecchiare in casa propria anche con pensioni molto basse. Emerge con forza la figura delle madri sole: tra i nuclei monogenitoriali con minorenni, il 95,7% ha intestataria donna, e sette su dieci di queste madri sono nate all'estero (140 su 202). Senza un alloggio a canone calmierato, molte dovrebbero scegliere tra spese abitative incompatibili con i propri redditi e una rete di cura difficile da reggere; la casa pubblica permette di mantenere figlie e figli nello stesso contesto scolastico e di costruire reti di prossimità.


    La distribuzione per fascia conferma il quadro: nella fascia di "protezione", quella dei redditi più bassi, le donne sono quasi il 62% degli intestatari, e oltre il 60% anche nelle assegnazioni ordinarie. Separazioni, lavori discontinui, pensioni basse e responsabilità di cura sono le traiettorie ricorrenti. L'ERP esercita così una funzione strutturale e continuativa sulle disuguaglianze di genere, eppure i bandi non riconoscono esplicitamente il genere come variabile: nel bando generale ERP 2024 del Comune di Parma l'unica menzione delle donne riguarda la gravidanza certificata. La Regione Emilia-Romagna, nel dicembre 2023, ha introdotto la facoltà per i comuni di attribuire un punteggio premiale alle donne vittime di violenza e di assegnare alloggi in deroga; a Parma questa possibilità è oggi in fase di integrazione nel bando.

    A Fidenza il quadro è diverso. Il Regolamento ERS approvato nel 2024 riconosce le donne vittime di violenza in uscita da percorsi certificati come categoria di accesso a sé, con un canale separato che riduce la competizione con l'intera platea delle richiedenti. Lo stesso comune ha attivato Casa Silvia, un appartamento donato e messo a disposizione di donne sole o con figlie e figli in uscita da case rifugio. L'edilizia residenziale pubblica funziona così come una delle infrastrutture meno visibili del welfare urbano: tiene insieme la possibilità di lavorare, di prendersi cura della prole, di invecchiare in autonomia, di uscire da relazioni violente, in stretto rapporto con la disponibilità degli alloggi e con la capacità degli enti di coordinare dimensione immobiliare e sociale.


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    Abitare pubblico e sicurezza percepita


    La geografia degli alloggi ACER riflette l'espansione urbana del secondo dopoguerra: la concentrazione maggiore è a Montanara e Pablo e nell'area nord fra San Leonardo, mentre in Oltretorrente la presenza è più diffusa e nel centro storico più sporadica. Come in molte città italiane, gli alloggi sono stati realizzati nelle aree di espansione, dando vita a quartieri con grandi isolati e una marcata separazione tra funzioni, esito di modelli che hanno privilegiato la quantità dell'offerta rispetto alla qualità dello spazio pubblico.

    Mettere in relazione questa distribuzione con la geografia della sicurezza percepita chiarisce un punto. I quartieri citati più spesso come "meno sicuri" hanno profili diversi rispetto alla presenza di edilizia pubblica: Montanara ha il numero più alto di alloggi ACER ma non compare nelle narrazioni di insicurezza, mentre il centro storico è percepito come problematico pur avendo poca edilizia pubblica. La presenza di alloggi ERP non è di per sé un indicatore di insicurezza: i fattori che la generano - illuminazione, manutenzione, presidi, intensità d'uso dello spazio, composizione dei flussi serali - dipendono dalla qualità dello spazio pubblico e dal modo in cui un quartiere viene attraversato, non dalla natura proprietaria degli edifici. La lettura sposta l'attenzione sulle condizioni materiali dei quartieri: una città in cui lo spazio pubblico è curato, illuminato e attraversato da molte e diverse presenze produce un effetto di sicurezza che vale per gli edifici pubblici e privati allo stesso modo.


    L'abitare sociale a Parma


    La provincia di Parma è terza in Italia per retribuzioni medie nel settore privato, con uno stipendio lordo mensile attorno ai 2.144 euro (dati INPS 2023). In un contesto simile il mercato degli affitti si calibra verso l'alto: a novembre 2025 il canone medio era di 12,35 euro al metro quadro, circa 740 euro per un bilocale di 60 mq, con prezzi richiesti che sfiorano spesso i 1.000 euro. Una stanza singola per studenti costava in media 365 euro mensili nell'estate 2024. Il questionario sulla vita quotidiana conferma le difficoltà: tra chi vive in affitto, il 43,7% giudica eccessivo il canone.

    In risposta, il Comune ha avviato un piano organico di politiche per l'abitare sociale, in sinergia con i fondi PNRR e i partenariati pubblico-privati, rivolto a giovani, persone anziane, studenti, famiglie fragili e lavoratori in mobilità. Tra le scelte c'è l'adesione al programma regionale Patto per la Casa Emilia-Romagna, che amplia l'offerta a canone calmierato per la cosiddetta "fascia intermedia" - nuclei che faticano sul mercato libero ma non rientrano nelle graduatorie ERP - e specializza le agenzie abitative nella gestione integrata, immobiliare e sociale. All'interno del programma è stato erogato il Bando Fondo Affitto 2024, con 10 milioni di euro per i nuclei in difficoltà.


    Accesso alla casa e discriminazioni

    Il mercato dell'affitto è attraversato da meccanismi di selezione che escludono in particolare le persone con background migratorio, anche con lavoro stabile e reddito sufficiente. La fase informale del primo contatto - la telefonata, il sopralluogo, la richiesta dei documenti - è il momento in cui agiscono i pregiudizi: un cognome che "suona" straniero, il colore della pelle, il velo, la nazionalità rendono d'un tratto irraggiungibile un annuncio. L'abitazione resta uno dei terreni più persistenti della discriminazione su base etnica. Su questo fronte la Città di Torino ha avviato a fine 2025 la campagna E quindi?, per nominare il fenomeno e accompagnare proprietari e inquilini verso forme di affitto trasparenti.

    La condizione delle donne migranti con figli a carico merita attenzione specifica: traiettorie lavorative frammentate o ridotte al part-time per ragioni di cura, esposizione al lavoro domestico irregolare e una presunta "poca affidabilità" proiettata sui nuclei monogenitoriali si combinano in un'esclusione all'incrocio fra razzismo, classismo e disparità di genere, che spinge verso sublocazioni informali e coabitazioni sovraffollate.


    A Parma una risposta arriva da CIAC che, nell'ambito del progetto Finding Home, ha lanciato la campagna Casa sfitta? Che peccato!, rivolta ai piccoli proprietari di appartamenti vuoti per intermediare contratti d'affitto verso persone straniere con lavoro stabile. Il contesto è noto: il 15% delle abitazioni in città è sfitto - una su sette - e in provincia la quota sale al 24%. CIAC gestisce oggi oltre 70 appartamenti reperiti presso una ventina di proprietari, segue le fasi del contratto e lavora sui dubbi più ricorrenti di chi possiede una casa vuota - timore della morosità, pregiudizio sulla cura dell'alloggio - mettendo in luce gli strumenti disponibili, dalle assicurazioni sul canone agli sgravi fiscali per chi affitta a canone concordato.


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    Fa' la casa giusta!

    Dentro il Patto per la Casa, il Comune ha costituito il Parma Housing Center - operativo dalla seconda metà del 2025, una Fondazione pubblica che riunisce Comune, ACER, ASP, Università e aziende sanitarie - e ha avviato il progetto triennale Fa' la casa giusta!. Attraverso la Fondazione, l'Amministrazione opera come intermediaria verso i proprietari privati: può agire da garante del canone con fondi regionali o subentrare come conduttore e subaffittare, mobilitando una parte dei circa 7.000 appartamenti privati stimati come sfitti in città.

    Fa' la casa giusta! prevede interventi per oltre 94 milioni di euro e mira a circa 1.000 nuovi alloggi, articolati in ERP, ERS, residenze universitarie e progetti di coabitazione, tenendo insieme disponibilità della casa, sostenibilità energetica e rete dei servizi. In parallelo, il Comune ha investito circa 10 milioni nel recupero di quasi 600 alloggi ERP sfitti, oltre 300 dei quali restituiti nel solo 2023. A tutela di locatari e locatarie, ha promosso il Protocollo d'intesa AbitAbile, con sindacati e ordini professionali, per prevenire lo sfratto per morosità incolpevole attraverso un'attività di mediazione presso lo Sportello Multifunzionale Casa.


    Housing sociale

    Dai primi anni Duemila il Comune ha messo in campo programmi rivolti a chi non possiede i requisiti per l'ERP ma non regge i prezzi del mercato privato. Il programma PARMABITARE ha realizzato otto edifici di edilizia residenziale sociale, per 102 alloggi. Un secondo filone, condotto tramite la società Casadesso S.p.A., ha realizzato 122 alloggi a canone calmierato per giovani coppie, nuclei monogenitoriali e lavoratori in mobilità, prima della messa in liquidazione della società nel 2013.

    L'intervento più consistente è il Fondo Parma Social House, nato nel 2010 e gestito da InvestiRE SGR, partecipato per il 60% da Cassa Depositi e Prestiti con quote del Comune, di Fondazione Cariparma e della Regione. Il programma prevede 720 residenze sociali, di cui 471 consegnate, tra proprietà e locazione a canone sostenibile; la gestione degli affitti è affidata alla cooperativa Parma 80, che amministra a regime 447 unità sperimentando una gestione partecipata con cooperative di abitazione e residenti.

    A questi si aggiunge il Mosaico Abitativo Solidale (MAS), finanziato nell'ambito del PINQuA nel quartiere Molinetto, articolato in tre interventi: Mix House, con 60 alloggi a composizione mista tra studenti, famiglie fragili e persone anziane attive; Senior Court, dedicato a persone over 65 autosufficienti con la figura del "badante di condominio"; e Acer House, con il recupero energetico di 60 alloggi ERP. Complessivamente 156 nuovi alloggi integrati da servizi e spazi verdi. Mix House e Senior Court riprendono gli elementi del cohousing - vicinato intenzionale, servizi condivisi, equilibrio tra autonomia privata e mutuo aiuto - utili a contrastare l'isolamento di persone anziane e giovani adulti.


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    Assistenza domiciliare

    Sul tema della domiciliarità il Comune ha sviluppato politiche di supporto alle persone non autosufficienti in collaborazione con ASP e servizi sociali, dal "badante di condominio" di MAS2 al progetto A casa con sostegno, dedicato a bambine e bambini con disabilità tra 0 e 14 anni. Un intervento rappresentativo è la Casa dei Mille, edificio ERP del 1921 nel quartiere Pablo-Oltretorrente che, attraverso ristrutturazione e riqualificazione energetica, passa da 10 a 16 alloggi destinati in via prioritaria a persone anziane, con un Punto Comunità e un giardino protetto. Due enti attraversano queste iniziative: ASP, che coordina invecchiamento attivo, domiciliarità e coesione sociale, e ACER Parma, che gestisce il patrimonio ERP e la riqualificazione degli alloggi.

    In collaborazione con ASP, il Comune ha attivato due servizi di co-housing per famiglie monogenitoriali e persone neomaggiorenni in condizione di fragilità: Ca' Pescina Mora e All'ombra della Certosa, quest'ultimo nello stesso complesso della comunità educativa per minori L'Alveare. L'accoglienza è valutata da ASP in base a dimensioni di fragilità definite, e il lavoro di accompagnamento, svolto da un'équipe multiprofessionale, costruisce un progetto di convivenza condiviso e un progetto di vita individuale concordato con la donna accolta. Le politiche degli ultimi anni hanno costruito un sistema articolato, in cui la disponibilità di alloggi si intreccia con la rete dei servizi sociali; i prossimi anni saranno orientati al recupero degli alloggi ERP sfitti, allo sviluppo delle reti di prossimità e alla sperimentazione di nuovi modelli.


    Abitare collaborativo

    Nella provincia di Parma esistono esperienze che mettono in discussione il modello abitativo dominante - il nucleo familiare autosufficiente con la sua ripartizione privatizzata del lavoro di cura - attraverso forme di vita comunitaria che ridistribuiscono spazi, risorse e responsabilità. Il Villaggio Ecologico di Granara, nell'Appennino parmense, nasce nei primi anni Novanta quando un gruppo di famiglie acquista terre e ruderi per fondare un insediamento basato su ecologia e nonviolenza: oggi vi risiedono stabilmente sei adulti e una bambina, mentre una rete di una trentina di persone partecipa alla vita del villaggio, con decisioni prese in cerchio e pasti, lavoro manuale e cura del territorio come occasioni di condivisione.

    A Fidenza, il cohousing Ecosol raccoglie dal 2013 quattordici famiglie in un condominio a emissioni zero, progettato in modo partecipato e in parte autocostruito, con spazi comuni aperti al quartiere. Tra le scelte più significative c'è la cessione di un appartamento, la Casa di Guido, destinato ad accogliere famiglie in difficoltà: un gesto che incorpora nella struttura stessa dell'abitare una pratica di mutualismo verso l'esterno. Entrambe le esperienze mostrano come la riorganizzazione dello spazio domestico e condominiale non sia mai neutrale rispetto a chi si occupa della riproduzione sociale: mettere in comune cucine, orti, spazi di incontro e processi decisionali significa anche interrogare chi, storicamente, ha svolto quel lavoro in solitudine.


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    Mobilità a Parma e provincia: dati e studi di genere


    A oggi non esistono dati pubblici disaggregati per genere sulla mobilità nella provincia di Parma, né studi dedicati alle pratiche di spostamento delle donne. Le fonti ufficiali offrono statistiche generali: il PUMS 2025-2035 riporta per il 2023 un 61% di spostamenti automobilistici, un 12% di trasporto pubblico e un 28% di mobilità pedonale e ciclabile, dati che restituiscono il modello complessivo ma non vengono scomposti per sesso. Tra le poche eccezioni c'è l'indagine Dinamica Donna, condotta dal Comune con Infomobility S.p.A. su 6.000 donne fra febbraio e marzo 2002, che restituì percorsi articolati e viaggi multi-tappa legati a impegni domestici, scuola, lavoro e spesa, e portò a misure di facilitazione come gli stalli di sosta dedicati, oggi non più esistenti.

    Quando si guarda agli spostamenti con questa lente, emerge con continuità la differenza nei pattern: le donne compongono catene di mobilità più frammentate, con tragitti multi-tappa legati alla gestione quotidiana del lavoro di cura. È in questo vuoto informativo che il questionario sulla vita quotidiana a Parma e provincia, raccolto fra gennaio e marzo 2025 su 2.570 persone, funziona da strumento conoscitivo principale del capitolo, leggendo differenze di genere, nazionalità ed età alla scala del territorio. Il quadro nazionale - Isfort in particolare - entra come cornice di confronto.


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    Sull'uso dell'automobile le donne dichiarano una frequenza più alta: il 63,55% la utilizza "spesso", contro il 55,62% degli uomini, dato coerente con il quadro nazionale, dove il 63,6% degli spostamenti femminili avviene in macchina e il 15,7% in modalità passeggera (contro il 4,9% degli uomini). La letteratura riconduce questo comportamento alla compressione di spostamenti brevi e densi di funzioni - accompagnamento, cura, commissioni, lavoro - in finestre orarie poco flessibili. Gli uomini mostrano una distribuzione più equilibrata fra uso frequente e occasionale, segno di maggiore elasticità nelle alternative.


    Sul trasporto pubblico emerge una seconda tendenza legata alla nazionalità: fra chi ha cittadinanza non italiana il 39,68% usa l'autobus "spesso", contro il 15,25% di chi ha cittadinanza italiana. Lo squilibrio conferma il ruolo del trasporto pubblico come infrastruttura essenziale per chi dispone di risorse più contenute e ha un accesso meno agevole all'auto privata.


    Sulla bicicletta a Parma città il questionario restituisce un quadro meno marginale di quanto si immagini, con differenze di genere contenute: il 48,37% delle donne la utilizza con una certa regolarità, valore vicino a quello maschile (44,57%). La differenza più marcata riguarda il mancato utilizzo, più frequente fra gli uomini. La bicicletta è quindi già una componente reale delle pratiche di mobilità urbana, attraversata da vincoli che incidono sulla regolarità d'uso - sicurezza percepita, qualità delle infrastrutture, gestione di carichi e accompagnamenti - più che sulla propensione a pedalare. Nei comuni della provincia i livelli restano bassi, soprattutto fra le donne: solo il 5,61% pedala "spesso", mentre il 68,37% non la usa mai, un divario coerente con i dati Isfort.


    Sul numero di spostamenti quotidiani le differenze sono contenute ma significative: il 50,6% delle donne si muove 3-4 volte al giorno, contro il 46,87% degli uomini, più numerosi nella fascia bassa. Le donne privilegiano la mobilità urbana (72,9% dei loro viaggi), con il 34,1% delle percorrenze inferiore ai 2 km. Sulle motivazioni il divario nazionale è netto: il lavoro pesa il 23,1% sulla mobilità femminile contro il 31% di quella maschile, mentre la gestione familiare incide il 34,4% per le donne contro il 27,1% per gli uomini. Il maggior peso della mobilità di cura rende gli spostamenti femminili più frammentati e meno sistematici, secondo un modello che la letteratura collega all'esercizio delle responsabilità di cura.


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    Uso dei mezzi pubblici


    La soddisfazione per il trasporto pubblico mostra differenze moderate ma leggibili: gli uomini riportano un livello più alto di soddisfazione piena, mentre fra le donne è più alta la quota di chi non usa i mezzi (27,06% contro 22,21%), scarto che rimanda a una dipendenza femminile più marcata dall'auto privata, legata alle esigenze di flessibilità e concatenazione. Gli scarti più netti si misurano sulla nazionalità: chi ha cittadinanza non italiana esprime maggiore insoddisfazione (37,72% contro 28,66%), probabilmente per un'esposizione più frequente a disservizi negli spostamenti intercomunali.

    Le criticità percepite sono coerenti: la scarsità delle corse è la voce più citata, seguita da orari poco utili e percorsi inadeguati. La concentrazione di queste risposte segnala una difficoltà sistemica del trasporto pubblico nel rispondere alla mobilità a corto raggio e ad alta frammentazione tipica di chi ha responsabilità di cura. Il costo incide in misura diversa: lo cita il 26,62% delle donne contro il 15,76% degli uomini, divario leggibile alla luce del reddito mediamente più basso e della necessità di spostamenti multipli, mal conciliabili con sistemi tariffari pensati sul viaggio singolo. Sul fronte delle politiche tariffarie l'iniziativa Mi Muovo Insieme offre riduzioni a diverse categorie secondo le soglie ISEE, mentre SALTA SU! prevede l'abbonamento gratuito per la fascia under 19 iscritta a percorsi scolastici.


    Alla dimensione economica si affianca quella della qualità percepita. La sensazione che i mezzi siano "mal frequentati" è trasversale (23,98% delle donne, 26,08% degli uomini), ma la stessa categoria di problema assume significati diversi a seconda di chi la vive: per molte donne e per molte persone con identità di genere non conformi implica un rischio specifico di molestie, attenzione indesiderata, allerta costante.

    Le percezioni di sicurezza confermano questa lettura: fra le donne solo l'8,51% si sente pienamente sicura sui mezzi pubblici, mentre quasi un terzo si colloca nella fascia del "leggermente a disagio". Nella letteratura la differenza di genere passa più dal carico cognitivo e psicologico che dal numero di episodi subiti: il 73,58% delle donne dichiara di non aver mai subito molestie nello spazio pubblico, e la quota relativa alle violenze sessuali sale all'87,64%. Il "disagio leggero" funziona come soglia: la sicurezza percepita si traduce in strategie costanti di autoprotezione - evitare posti isolati, rinunciare a spostamenti serali, modificare i percorsi - molto prima che intervengano eventi di violenza esplicita. La mobilità si restringe in anticipo, lungo le linee dell'evitamento.


    L'incrocio fra criticità del servizio e percezioni di insicurezza fa apparire il trasporto pubblico come una delle infrastrutture decisive per la possibilità di muoversi: la sua qualità si misura sull'efficienza e insieme sulle disuguaglianze che produce ogni volta che chi non può ricorrere all'auto privata si trova davanti a un servizio costoso, poco affidabile o percepito come poco sicuro. Letti insieme alla letteratura internazionale, i dati restituiscono una mobilità locale tutt'altro che neutra, con modelli d'uso che variano per genere, nazionalità, età e condizione di salute.


    Il PUMS di Parma 2025-2035: obiettivi, target, strategie


    Il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) di Parma 2025-2035 indica la rotta del prossimo decennio. Sullo sfondo c'è un impegno preciso: raggiungere la neutralità climatica netta entro il 2030, traguardo assunto con la sottoscrizione del Climate City Contract nella missione europea delle cento città a impatto zero, un orizzonte che anticipa di vent'anni quello del pacchetto Fit for 55.

    Gli obiettivi poggiano su tre pilastri: il criterio generale di sostenibilità, calato nelle urgenze attuali; le quattro macro-aree d'azione individuate dalle Linee guida ministeriali (DM 397/2017 e DM 396/2019); e le priorità locali, ricavate da un percorso partecipativo che ha incluso gli Stati Generali della Mobilità del 2023, un'indagine online con 967 risposte, focus group tematici e l'Assemblea cittadina per il clima del 2025. Gli obiettivi numerici sono ambiziosi: riduzione del 55% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto al 1990, quota di spostamenti in auto privata sotto il 40% nel centro urbano, aumento del 20% degli spostamenti in bicicletta entro il 2026, +10% di passeggere e passeggeri sul trasporto pubblico, dimezzamento dei feriti negli incidenti stradali rispetto al 2020, e il 100% di stazioni, parcheggi di scambio e parco bus accessibili.


    L'attenzione verso target specifici emerge nella riqualificazione dello spazio pubblico, che deve seguire i principi dell'universal design, con un richiamo diretto «alla tutela dell'accessibilità della popolazione anziana, delle donne e dei bambini». Il lavoro di cura attraversa il documento in diversi passaggi, anche se non viene nominato come categoria autonoma: le aree intorno a scuole, presidi sanitari, luoghi di culto e centri di aggregazione sono indicate come priorità per le Zone 30 e per la riqualificazione di marciapiedi e attraversamenti, mentre le iniziative di mobility management scolastico — pedibus, bicibus, percorsi casa-scuola sicuri — riguardano il tessuto quotidiano della cura, fatto di accompagnamenti, attese, raccordi fra orari diversi.


    Le strategie si articolano in dieci linee d'azione. Una prima direzione punta al trasferimento modale dall'auto privata verso trasporto collettivo, bicicletta e spostamenti a piedi, con l'ampliamento della rete ciclabile previsto dal Biciplan, il potenziamento del Trasporto Rapido di Massa sull'asse Stazione-Campus e nuove fermate ferroviarie. Una seconda mira a ridurre la dipendenza dall'auto negli spostamenti brevi lavorando sul disaccoppiamento fra proprietà e uso del veicolo, attraverso sharing e abbonamenti integrati. La trasformazione dello spazio pubblico segue la progettazione universale, con l'estensione delle Zone 30 e le strade scolastiche. Il Piano persegue infine la «città a rischio zero»: una città più sicura nella mobilità quotidiana è una città in cui le geografie della cura, dello studio e del tempo libero diventano più praticabili.


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    La rete ciclabile come infrastruttura della cura


    Dai dati del questionario emerge una ciclabilità già presente nelle pratiche della città, mentre nei comuni della provincia la dipendenza dall'auto resta molto forte. Lo scarto fra Parma e provincia è un'informazione di contesto decisiva: per aumentare l'uso della bici si tratta di ridurre gli attriti che oggi rendono la scelta ciclabile faticosa o percepita come rischiosa, e di costruire connessioni che tengano insieme centro, frazioni e provincia.

    In questa direzione si muove il Biciplan 2035, redatto da Decisio S.r.l. nel gennaio 2025 come aggiornamento del Biciplan 2008, articolato in tre obiettivi generali, sette strategie e ventuno azioni. La traiettoria è dichiarata: portare la quota di spostamenti in bicicletta interni al Comune dal 18% del 2024 al 27% entro il 2035. Il dato più interessante è la concezione ampia di infrastruttura che attraversa il piano: insieme alla rete in senso stretto entrano la continuità e la riconoscibilità dei percorsi, la moderazione della velocità, le strade scolastiche e le Zone 30. L'impostazione sposta l'attenzione dall'abilità individuale alla prevedibilità dell'ambiente: una città in cui i conflitti fra le diverse utenze sono ridotti a monte amplia concretamente la platea di chi può pedalare.


    Il Quadro conoscitivo introduce la valutazione qualitativa della rete tramite indicatori — tipologia dell'infrastruttura, larghezze, stato del fondo, ostacoli, segnaletica, illuminazione, accessibilità, ombreggiatura — spesso trattati come dettagli tecnici, eppure dirimenti per l'uso quotidiano della bici. L'intermodalità è il secondo asse: la bici diventa un mezzo "di sistema" quando funziona come estensione del trasporto pubblico, con accessi sicuri ai nodi, sosta protetta e collegamenti chiari per l'ultimo miglio.

    In questo quadro si inserisce stradAbile a pedali, progetto finanziato da Fondazione Unipolis e realizzato da UISP, rivolto a duecento donne migranti, che lavora sull'apprendimento della bicicletta, sulle regole della strada e sulle uscite in gruppo. Il valore è metodologico: la ciclabilità viene trattata come competenza che si costruisce - linguaggio, fiducia, familiarità con lo spazio pubblico - più che come semplice disponibilità di infrastrutture, e mostra come la mobilità ciclabile possa diventare autonomia concreta nella vita quotidiana.


    Tre livelli si intrecciano nel lavoro dei prossimi anni: la qualità e la continuità della rete, i servizi e l'intermodalità per un ultimo miglio affidabile, le azioni formative e culturali capaci di ampliare la platea di chi pedala. Resta invece scoperto un piano strategico capace di ridurre l'uso dell'automobile nei comuni della provincia, dove la bicicletta ha oggi un ruolo marginale per ragioni soprattutto strutturali: l'assenza di infrastrutture continue e sicure, la discontinuità delle connessioni fra centri e frazioni, e un'intermodalità che non sostiene efficacemente la bici negli spostamenti extraurbani.


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    Una mobilità dolce, per necessità.


    Cosa significa muoversi a Parma e in provincia quando non si ha l'automobile, ma un corpo che invecchia, un bambino nel passeggino, una disabilità o pochi soldi? Una mobilità dolce, per necessità raccoglie cinque storie di donne che ogni giorno costruiscono la propria giornata sugli orari degli autobus, tra coincidenze perse, attese al buio e strategie minute per ridurre la fatica e l'esposizione. Una ricerca qualitativa che fa emergere ciò che i numeri aggregati non mostrano: il tempo reale, la paura, la dipendenza da chi può accompagnare. Un invito a guardare la mobilità dal punto di vista di chi la subisce, prima ancora di chi la progetta.


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    Toponomastica e memoria collettiva


    I nomi delle strade e degli spazi pubblici hanno un significato simbolico denso: rispondono a precisi processi decisionali, legittimano una versione del passato e plasmano la memoria storica condivisa. Sin dalla pólis greca, chi "appare" nello spazio pubblico rimanda ai valori collettivi di una comunità e alimenta l'immaginario delle nuove generazioni. Ogni intitolazione visibile suggerisce a chi, nella comunità, viene riconosciuto un valore meritevole di memoria pubblica.

    Le indagini confermano uno squilibrio marcato: in Italia solo circa il 6,6% delle strade porta il nome di una donna, dato vicino alla media europea del 9%. Parma non fa eccezione: dei 2.155 luoghi pubblici intitolati, 117 - circa il 5,4% - celebrano figure femminili, per lo più sacre (sante, beate, benefattrici religiose) o eroine del passato (madri nobili, partigiane, patriote), mentre mancano quasi del tutto esempi contemporanei o legati a scienze e arti. A ciò si aggiunge che nessuna intitolazione è dedicata a persone non binarie: identità che restano invisibili nella memoria collettiva, e il cui mancato riconoscimento si perpetua proprio attraverso lo spazio urbano.


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    La consapevolezza su queste asimmetrie cambia in modo netto a seconda del genere. Dal questionario sulla vita quotidiana a Parma emerge che il 53,43% delle donne ritiene la questione rilevante per la parità di genere, contro il 28,49% degli uomini; il 23,36% degli uomini la giudica per nulla rilevante, contro l'8,37% delle donne. Alla domanda su chi avrebbero voluto vedere ricordato in città, le persone partecipanti hanno restituito una wordcloud ampia e trasversale - figure della cultura, della politica, della scienza, dell'attivismo - che evidenzia il desiderio di riconoscere pubblicamente donne che hanno inciso sulla società e che raramente trovano posto nella geografia simbolica della città.

    Anche quando la memoria femminile è già iscritta nello spazio pubblico, rischia di passare inosservata. Ne è esempio la lapide alle donne parmensi sotto i Portici del Grano, in piazza Garibaldi, in memoria di chi prese parte alla Resistenza: pur in uno dei luoghi più frequentati del centro, resta poco conosciuta, una memoria fisicamente presente e di fatto invisibile.


    Sul fronte opposto crescono iniziative volte a riequilibrare la narrazione urbana. A Parma è uscito il volume illustrato La Città delle Donne a Vignette (Fondazione Bagnaresi, 2021), e il Centro Studi Movimenti ha curato un itinerario nel centro storico dedicato alle protagoniste della storia locale. Si attivano anche le scuole: nel 2025 una classe del Liceo Artistico Toschi ha condotto ricerche sulla toponomastica femminile, portando all'intitolazione di una via a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo. Nel 2022 il Comune ha dedicato tre parchi a tre parmigiane attive nella Resistenza e nella ricostruzione: Anna Menoni (1924-2016), Cecilia Soncini (1912-2012) e Giuseppina Rivola (1903-1989), prima donna eletta in Consiglio Comunale. Sul piano nazionale, la campagna 8 marzo: tre donne, tre strade - patrocinata dall'ANCI - invita ogni Comune a intitolare tre aree urbane a una figura locale, una nazionale e una straniera. Intervenire sulla toponomastica significa scegliere quali storie si tramandano e allargare i confini dell'immaginario urbano alle comunità rimaste ai margini.


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    Un itinerario nella memoria: La città delle donne

    La città delle donne, percorso curato dal Centro Studi Movimenti dal 2017, offre un modello articolato di lavoro sulla memoria femminile iscritta nello spazio urbano: dieci tappe nel centro storico, segnate da paline con QR code che aprono una web app fatta di immagini, video e testimonianze. La toponomastica diventa così leggibile per stratificazione. Le tappe attraversano più secoli: la sede dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, i luoghi degli scioperi del pane e delle bustaie - operaie giovanissime, in sciopero per cinquanta giorni nel 1907 - i palazzi delle "sovversive", la Biblioteca delle Donne attiva dal 1979 al 1997, le case delle staffette partigiane, i luoghi dell'UDI e del manicomio.

    Ne risulta una memoria che lavora per soglie più che per monumenti. Il QR code sgancia la memoria dalla sua iscrizione fissa - la targa, l'intitolazione - per restituirle una qualità narrativa e aggiornabile, capace di rendere visibili anche le figure collettive che difficilmente entrerebbero in un atto formale: le bustaie, le sovversive, le femministe degli anni Settanta. L'esperienza apre due piste: affiancare alle intitolazioni ufficiali itinerari di memoria in forme leggere e modificabili, una toponomastica "estesa" che colmi nel tempo le assenze; e riconoscere i soggetti collettivi - lavoratrici, militanti, associazioni - dimensione su cui Parma può attingere a una tradizione ricca, raramente entrata nei nomi delle strade.


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    Panchine rosse: memoria che agisce sul presente

    A queste iniziative si affianca il progetto delle panchine rosse, che trasforma un elemento dell'arredo urbano in dispositivo di memoria e denuncia. PanchineRosse™, movimento internazionale ideato dagli Stati Generali delle Donne HUB, rimanda al posto lasciato vuoto da una donna vittima di femminicidio: chi passa è invitato a sedersi e a riflettere sull'ascolto e sul sostegno alle donne che subiscono violenza. Le installazioni sono spesso accompagnate da una frase scelta con la comunità locale, che rende la posa un momento partecipativo.

    A Parma il progetto ha trovato adesioni crescenti. Le panchine condividono con la riflessione sulla toponomastica una logica fondamentale: agire sullo spazio fisico per trasformare quello simbolico. Se i nomi delle strade operano su tempi lunghi attraverso decisioni istituzionali, le panchine intervengono con maggiore immediatezza e capillarità, raggiungendo chi cammina, sosta, abita. Insieme, queste pratiche compongono una città che fa convivere la memoria delle donne del passato con il riconoscimento delle violenze del presente.

    La ricerca sull'Atlante di genere di Parma e provincia restituisce un territorio osservato attraverso la vita quotidiana di chi lo abita. Più che un giudizio su Parma, si è cercato di costruire una grammatica di lettura: alcune chiavi che permettano di riconoscere, in dati e racconti diversi tra loro, meccanismi ricorrenti. Una grammatica che aiuta a vedere cosa hanno in comune ambiti che la pianificazione tende a separare e a leggere lo scarto fra ciò che a Parma esiste e ciò che a Parma è praticabile.

    Il primo dato che attraversa tutti i capitoli riguarda la persistenza di asimmetrie strutturali anche in un territorio con un welfare solido. L'Emilia-Romagna funziona meglio della media nazionale e Parma spesso meglio della media regionale: copertura dei nidi superiore a gran parte d'Italia, una rete consultoriale articolata, un piano abitativo che prova a incrociare disponibilità di alloggi e accompagnamento sociale, un'amministrazione che riconosce nella sicurezza il prodotto di scelte urbanistiche di lungo periodo. Dentro questa cornice favorevole, però, gli stessi scarti si ripresentano con regolarità: divari retributivi e instabilità contrattuale che pesano di più sulle donne; carico di cura che ricade in modo asimmetrico anche nei nuclei con due redditi; accessi ai servizi più stretti per chi ha condizioni migratorie meno tutelate; una geografia della paura che restringe la presenza femminile nello spazio pubblico; una memoria pubblica che continua a iscrivere quasi solo figure maschili. La coesistenza fra welfare consolidato e asimmetrie persistenti è forse il dato politico più rilevante della ricerca: le disuguaglianze di genere non si riducono potenziando i servizi standard, perché si riproducono dentro l'architettura stessa di quei servizi, dei loro orari, dei loro requisiti d'accesso, della loro distribuzione territoriale.


    L'ordine dei capitoli è anche un'ipotesi di lettura. La cura attraversa il volume come dispositivo che organizza in modo asimmetrico tempo, spazio, lavoro, reddito, riconoscimento, e si rende visibile passando dal corpo (la salute femminile, l'accesso alla contraccezione e all'interruzione volontaria di gravidanza) alle relazioni familiari (la divisione del lavoro domestico, i servizi 0-3, l'assistenza alle persone anziane), alla città (terzo settore, spazi pubblici, abitare, spostamenti), fino alla memoria collettiva. In questa sequenza la cura non è una variabile da inserire dentro politiche già definite, ma una delle infrastrutture su cui poggia la vita urbana: la sua qualità si misura sui dettagli minuti dello spazio e ridistribuirla richiede interventi che attraversano insieme sanità, edilizia, mobilità, lavoro, cultura.

    Una seconda chiave riguarda il terzo settore parmense. Le organizzazioni raccolte nelle interviste svolgono una funzione che eccede l'erogazione di servizi: traducono bisogni informi in percorsi accessibili, riconoscono soggettività che i servizi standard faticano a vedere, intercettano la dimensione di genere dentro ambiti trattati come neutri, tengono aperti spazi di parola politica. Il rapporto fra istituzioni e attivismo, a Parma, è denso e talvolta conflittuale: la sua tenuta dipende da quanto le amministrazioni riconoscono queste reti come interlocutrici politiche e non come semplici fornitrici di prestazioni. Dove questo riconoscimento si indebolisce, il costo organizzativo di funzioni che dovrebbero essere strutturali ricade sulle organizzazioni, e quindi in larga parte sulle donne che le sostengono a titolo volontario.


    Due assi territoriali meritano un richiamo congiunto. Il primo è quello fra capoluogo e provincia: la qualità dei servizi diventa diseguale appena ci si allontana dalla città. Rete consultoriale, organizzazione dei nidi, mobilità collettiva, sportelli antiviolenza e figure di prossimità sostengono la vita quotidiana con un'intensità che a Borgo Val di Taro, a Palanzano, a Sorbolo Mezzani, a Medesano non è confrontabile con quella del capoluogo. Il secondo asse attraversa i quartieri di Parma: la geografia della percezione di insicurezza e quella dell'edilizia pubblica (dati ACER) non coincidono, e questa non-coincidenza smonta l'equazione fra alloggi popolari e disagio urbano. Quello che torna in più quartieri è la fatica di tenere insieme manutenzione ordinaria, presidio sociale, qualità dello spazio pedonale e continuità dei percorsi.


    Il tempo lega i capitoli con declinazioni diverse. Il tempo che le donne destinano alla cura quotidiana, e che gli uomini dichiarano in misura minore anche nei nuclei più giovani. Il tempo di attesa per un'interruzione volontaria di gravidanza, decisivo per scegliere fra metodo farmacologico e chirurgico. Gli orari di consultori, nidi e sportelli, che decidono chi può davvero usarli. Gli anni di silenzio che precedono una denuncia di violenza. Il tempo dei trasporti pubblici, calibrato su un pendolarismo che corrisponde sempre meno alla mobilità reale di chi tiene insieme lavoro, accompagnamenti, commissioni e cura. Il tempo breve dei mandati che si scontra con la lunghezza dei processi di rigenerazione. Il tempo della trasformazione culturale, infine: sulla paternità partecipativa, sulla parità dei carichi domestici, sulla legittimazione delle persone trans nello spazio pubblico, sul riconoscimento delle donne migranti come soggetti politici. Le politiche di pari opportunità faticano a produrre effetti quando restano ancorate a un solo orizzonte temporale.


    L'Atlante registra anche ciò che lascia scoperto. Le bambine e le adolescenti, nella loro presenza autonoma negli spazi pubblici, restano nominate più che osservate: una direzione di lavoro su cui Parma ha già qualche pratica, in dialogo con le esperienze europee sul rapporto fra città e giovani donne. Le donne con disabilità, viste soprattutto come destinatarie di servizi, attendono un'analisi che le riconosca come abitanti, lavoratrici, soggettività culturali e politiche. Le donne anziane, presenti nei dati sulla solitudine abitativa, sul lavoro di cura e sulle pensioni basse, meriterebbero un capitolo a sé, in cui la dimensione di genere si tenesse insieme alla longevità femminile come variabile strutturale della vita urbana. L'Appennino parmense, infine, entra nel volume in alcuni passaggi ma resta in gran parte sullo sfondo, una geografia che attende uno sguardo dedicato. Questa parzialità non va nascosta: l'Atlante restituisce ciò che fonti e questionario hanno permesso di vedere, dichiarando dove il dato manca. Questa piattaforma digitale serve anche a questo, ad aggiornare nel tempo la mappatura e a mantenere viva una documentazione che le persone, le associazioni e le amministrazioni del territorio potranno alimentare.


    Resta una domanda di fondo. Le città di dimensione media, in regioni storicamente attente al welfare, sono il terreno su cui si gioca la possibilità di una pianificazione urbana sensibile al genere su scala italiana: se non riesce qui, è difficile pensare che riesca altrove. Parma mostra che gli strumenti esistono, che la cultura amministrativa è in molti casi disponibile, che le competenze sono presenti - nelle amministrazioni, nei servizi sanitari, nel terzo settore, nelle associazioni femministe, fra le donne migranti che hanno costruito spazi di mutuo riconoscimento. Manca ancora la traduzione coerente di queste risorse in scelte di pianificazione che assumano la dimensione di genere come asse trasversale, e non come ambito specialistico da affidare di volta in volta a un assessorato o a un protocollo. La continuità fra i capitoli è già un'indicazione operativa: ognuna delle dimensioni esaminate produce effetti sulle altre, e nessuna basta da sola. Lavorare in questa direzione, a Parma e nei territori dove un Atlante di genere ha senso, significa restituire alle donne - di ogni età, provenienza, condizione - la possibilità di abitare la città come luogo proprio, e non come spazio quotidianamente negoziato.