Governare la paura, costruire fiducia. 

Intervista a Michele Guerra, Sindaco di Parma


Quando oggi a Parma si parla di sicurezza, di cosa stiamo parlando davvero? A quali fenomeni concreti rimanda questa parola e quanto pesa, invece, una costruzione prevalentemente percettiva del problema?

“Sicurezza” è una parola che, nel discorso pubblico, è diventata una sorta di interruttore: la pronunci e scatta una reazione quasi automatica, pavloviana. L'immagine che si attiva è quella di una città dove “non si può più andare in giro tranquilli”, dove “bisogna avere paura”. E questa percezione si è acutizzata non tanto perché la microcriminalità sia nata ieri - è sempre esistita - ma perché oggi vive dentro un'enorme cassa di risonanza: mediatica, certo, ma soprattutto di narrazione collettiva.

Io vedo che in questo momento si fronteggiano due modelli. Il primo è quello che alimenta la paura: è fortissimo, è immediato, incassa facilmente consenso, perché lavorare sulla paura è semplice. Il secondo è quello che prova ad alimentare fiducia: è più resistente, ma fa fatica, perché chi lo sostiene viene rapidamente scambiato per ingenuo, per “buonista”, per qualcuno che non capisce la realtà.

Se però mi sposto dal dibattito alle cose che osservo come sindaco - io partecipo ai comitati per l'ordine e la sicurezza, quindi ogni settimana vedo dati, trend, tipologie di reato - allora l'immagine cambia. Parma, per fortuna, non è una città in cui la criminalità organizzata ha la presenza che vediamo altrove. Non è una città segnata da regolamenti di conti, sparatorie, omicidi: quella dimensione più drammatica, che spesso la gente ha in testa quando pensa alla sicurezza, qui è molto ridotta.

Il problema, invece, è fatto di reati piccoli ma ripetuti: borseggi, piccoli furti, furti nei supermercati, spaccate alle vetrine - a volte senza neppure portare via niente. Episodi che, messi insieme, producono insicurezza. E quando proviamo a ricostruire le cause, la radice ricorrente è spesso la povertà: una povertà grave, che colpisce alcuni segmenti della popolazione immigrata, ma che riguarda sempre più anche persone italiane. Ci sono casi che i media, o l'immaginario pubblico, attribuiscono automaticamente ai migranti e poi, quando si trova il responsabile, si scopre che è un parmigiano in difficoltà che delinque.

Io ho sempre detto, senza successo, che sarebbe interessante un esperimento: sostituire per un po' la parola “sicurezza” con la parola “povertà” nel discorso pubblico. Dire “allarme povertà”, “emergenza povertà”, “c'è un problema di povertà a Parma”. Perché ti obbligherebbe a guardare la causa, la radice, e quindi a chiederti dove intervenire.


Dal suo osservatorio istituzionale, che la mette settimanalmente a contatto con dati e analisi, come si spiega lo scarto tra l'andamento reale dei fenomeni e la percezione diffusa di una città sempre più insicura?


Il paradosso contemporaneo è che viviamo in società che, rispetto al passato, sono mediamente più sicure, ma si percepiscono come assediate. Ho letto con molto interesse un libro di Steven Pinker, Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l'epoca più pacifica della storia, che ricostruisce la storia della violenza in Occidente e mostra come siamo in una delle epoche meno violente. Il libro è precedente alle crisi e alle guerre recenti e quindi oggi andrebbe aggiornato, ma resta vero il nodo cognitivo: la convinzione di essere nel momento più violento della storia è spesso smentita dai dati.

Il problema è che la sicurezza non è solo un fatto di reati: è anche un modo di pensare il mondo. E su questo la comunicazione - media tradizionali e social - ha un impatto enorme. È più facile dire “va tutto male” che costruire un discorso sulla fiducia. Se dici “va tutto male” non devi spiegare: è uno slogan autosufficiente. Se provi a dire “le cose vanno abbastanza bene” devi argomentare, devi tenere insieme piani diversi, il discorso si fa più complesso.

Io credo che per cambiare narrazione servirebbe un'alleanza difficilissima: tra politica (trasversalmente, perché questo tema oggi riguarda sindache e sindaci di ogni orientamento), informazione, pezzi di società civile. Perché l'informazione, quando funziona, è uno dei principali servizi pubblici che abbiamo - anche se spesso è in mani private. E se a fronte di cento cose che accadono in una città se ne raccontano solo dieci, quelle negative, allora non stiamo descrivendo la realtà: stiamo deprimendo la società.

C'è poi un'altra trasformazione: la depersonalizzazione del tema sicurezza. Pagine social che in teoria “denunciano” ma in pratica hanno un solo obiettivo: esibire problemi, amplificarli, produrre malcontento. È noto che alcune sono gestite da lontano, da gruppi che nemmeno vivono qui. Su questo ho letto un motto che torna spesso: “abbiate paura, al resto pensiamo noi”. È un dispositivo politico.

E tuttavia io non penso che tutto coincida con i social. Quando giro in città incontro persone arrabbiate, certo, ma incontro anche tantissime persone che dicono: “la penso come lei, ma non lo scrivo sui social perché mi darebbero dello stupido”. C'è una maggioranza silenziosa che non partecipa a quel mood. E poi c'è una grande speranza: le generazioni più giovani. Quando le ascolti, spesso non mettono la sicurezza al centro: parlano di ambiente, diritti, pace, mobilità. Temi più pesanti, che ti mettono in difficoltà e ti chiedono di lavorare meglio.


Se guardiamo alla sicurezza da una prospettiva di genere, quali differenze emergono nell'uso e nella percezione dello spazio pubblico, e quali limiti vedi in un approccio che scarica sulle persone - e in particolare sulle donne - la responsabilità di proteggersi?


Il punto di partenza è che le categorie considerate “più fragili” sono più esposte. È inutile negarlo: se cammino la sera so che ho meno probabilità di essere disturbato rispetto a una donna, a un adolescente, a una persona anziana. Chi vuole molestare o intimidire tende ad attaccare chi percepisce come meno in grado di reagire.

Ed è vero anche l'altro lato: dire alle donne “state a casa” è un modo per restringere spazio di libertà. È un tema che va affrontato senza ipocrisie: la città può essere vissuta come presidio spontaneo, e l'uso dello spazio pubblico produce sicurezza, ma non puoi chiedere alle persone di farsi carico da sole di un rischio. Serve un lavoro pubblico.


Nel suo ruolo partecipa regolarmente ai luoghi decisionali in cui vengono analizzati dati e segnalazioni sulla sicurezza. Che tipo di quadro emerge da questi osservatori istituzionali?


Il comitato per l'ordine e la sicurezza è un osservatorio permanente: questura, carabinieri, finanza rendicontano azioni e dati; si discutono “zone rosse”, “strade sicure”, distribuzione dell'accoglienza, eventi, scioperi, grandi appuntamenti. A volte partecipano anche altre figure istituzionali, a seconda dei temi.

È interessante perché ti mette davanti una realtà spesso in controtendenza rispetto al mood cittadino. Ieri, ad esempio, alla Camera di Commercio, alla presentazione del rapporto sulla coesione sociale, dicevo: oggi abbiamo un problema in più. Anche quando presenti dati positivi - crescita economica, demografia, calo di reati - una parte di cittadinanza non si fida. Ti dicono: “state manipolando” oppure “non denuncia più nessuno”. Ma non è vero. Qui si denuncia molto, a volte moltissimo. Il procuratore, venendo da Napoli, mi ha detto una frase che fa sorridere ma dice qualcosa: “qui denunciano anche una riga sulla macchina”.


Se guardiamo ai dati sulle violenze sessuali, che peso hanno realmente quelle che avvengono nello spazio urbano aperto rispetto ad altre forme di violenza meno visibili?


Se parliamo di violenze sessuali “in strada”, cioè in autobus, per strada, in contesti urbani aperti, quel dato è quasi assente. Nel 2025 è rilevato un solo caso. Questo non significa che il problema non esista: significa che avviene soprattutto altrove.

Le denunce per percosse, molestie, abusi sulle donne, sono invece molte e avvengono prevalentemente in spazi privati: dentro le mura domestiche, nei contesti lavorativi, in luoghi che dovrebbero essere protetti. Abbiamo avuto un caso in ambito teatrale che ha colpito la città. Abbiamo avuto denunce in ambito sportivo. E, purtroppo, la casa resta uno dei luoghi principali della violenza.

C'è anche un dato complesso: le denunce di percosse sono aumentate. In parte, questo riguarda anche famiglie immigrate, dove la violenza fisica può essere più frequente. Ma il prefetto diceva una cosa importante: anni fa molte donne non denunciavano; oggi, vivendo in una società dove ci sono più strumenti e un'idea diversa dei diritti, cominciano a denunciare. Questo, per quanto doloroso, è anche un segnale di emersione.


Quali sono gli strumenti che il Comune ha messo in campo per lavorare sulla sicurezza, e come si tengono insieme politiche di controllo, interventi sociali e azioni sullo spazio urbano?


Ci sono le politiche di presidio e controllo, e ci sono le politiche sociali e urbane che, a lungo termine, producono sicurezza.

Sul primo piano, abbiamo fatto scelte anche costose e, per un'amministrazione di centrosinistra, talvolta anche controverse. Abbiamo investito diversi milioni di Euro: assunzioni nella Polizia Locale (l'obiettivo è portare 45 agenti in più), 80 nuove videocamere, street tutor, un grande lavoro sull'illuminazione pubblica. E dal 16 febbraio è partito, in forma sperimentale, il turno notturno della Polizia Locale, che prima non esisteva: questo libera risorse di Polizia di Stato e Carabinieri da attività come l'incidentalistica e consente un presidio più efficace.

Dentro il presidio della Polizia Locale c'è però anche una componente di comunità. Il vigile urbano, rispetto ad altre forze, ha spesso una relazione più quotidiana con la cittadinanza: nei quartieri si crea conoscenza, scambio, confidenza. Io ogni tanto giro con loro e vedo che salutano esercenti, edicolanti, persone che incontrano ogni giorno. Questo rapporto è una risorsa.

Ma poi c'è il lavoro più importante, che è quello sociale. Il nostro bilancio sociale supera i 70 milioni di Euro all'anno: è il capitolo più forte del bilancio cittadino. Se chiedessimo quanta parte di quel bilancio è “sicurezza” in senso sostanziale, scopriremmo che moltissima lo è: casa, integrazione, minori stranieri non accompagnati, corsi di lingua, politiche di prossimità.

Qui entrano in gioco i poli sociali nei quartieri, i punti di comunità, le case di quartiere. Se tre persone delinquono in Oltretorrente fanno due pagine sul giornale. Ma quante sono le iniziative quotidiane che impediscono a centinaia di persone di “cadere” dentro la marginalità? La sproporzione tra ciò che si racconta e ciò che accade è enorme.

E poi c'è la pianificazione urbana. Io sono convinto che i luoghi percepiti come più insicuri siano spesso il risultato di politiche urbanistiche sbagliate, disordinate, che hanno prodotto spazi senza funzioni, senza presidi, senza vita.


In che senso le scelte urbanistiche possono contribuire a produrre insicurezza, e quali effetti hanno nel lungo periodo sulla vita quotidiana dei quartieri?


Prendiamo San Leonardo: è un quartiere stretto tra casello autostradale, tangenziale, stazione, un numero di centri commerciali fuori controllo che accendono e spengono lo spazio urbano (quando chiudono, attorno resta vuoto), un'area industriale che in parte non è più industriale ma è fatta di fabbriche fatiscenti, abbandonate. In trent'anni la residenzialità è cambiata e lo ha raccontato benissimo, più della politica e del giornalismo, il prete del quartiere, che da trent'anni è lì. Qui c'è stato un disastro urbanistico. E questo vale anche per l'area stazione: errori clamorosi di amministrazioni diverse. Un quartiere può essere “disfatto” urbanisticamente. E quando lo disfi, poi ci resti dentro per decenni.

Se guardo quartieri che hanno avuto una logica urbana - San Lazzaro, Cittadella, Montanara - vedo quartieri in cui “non succede niente” nel senso più banale del termine: c'è vita, ci sono servizi, c'è presidio, c'è un senso di sicurezza. I bambini corrono nei prati, le donne si muovono più tranquille, le persone fragili trovano ciò che serve.

Per questo, dentro il nostro PUG, c'è anche un'idea di sostenibilità sociale: non accentrare tutto nel centro storico, ma distribuire funzioni nei quartieri. Alcuni progetti PNRR vanno in questa direzione: riqualificare edifici esistenti, portarci dentro funzioni sociali, associazioni, presidi. È un modo di “accendere” luoghi senza consumare suolo.

Il punto è che penetrare questo dibattito è difficile, perché siamo in un tempo di politiche dal fiato corto: tutto deve rispondere a un'urgenza immediata. Ma se non lavori sulle cause, tra dieci anni sei ancora qui.


Quartieri come l'Oltretorrente sono spesso percepiti come insicuri nonostante una forte vitalità sociale. Come interpreta questa distanza tra uso intenso dello spazio pubblico e sentimento diffuso di paura?


Oltretorrente è un caso interessante, e io ci vivo. È un quartiere bellissimo, contaminato, universitario, pieno di giovani, multiculturale. Io lo paragono spesso a Marsiglia - una città molto più insicura, ma culturalmente stimolante - per quella vibrazione che ogni tanto ti sorprende.

Quando si parla di insicurezza in Oltretorrente, secondo me si parla soprattutto di due cose. La prima è la vita notturna e ciò che comporta: schiamazzi, bottiglie, inciviltà, rifiuti, una condizione che in alcuni punti esiste. È più degrado (parola che non amo) che criminalità. La seconda è una percezione spesso legata alla presenza di persone straniere nello spazio pubblico. Ci sono situazioni in cui mi si dice: “sono lì, bevono, parlano forte, non se ne vanno”. Ma non stanno commettendo reati. Sono cittadini che usano lo spazio, magari perché in casa vivono in condizioni affollate.

Qui però entra una cosa delicata: molte donne mi dicono “non fanno nulla, ma quando torno a casa e vedo sette ragazzi che bevono e parlano, preferisco cambiare strada”. E io lo capisco. Lo rispetto. Quel senso di vulnerabilità è reale. Ma non posso tradurlo automaticamente in “criminalità”. Sono piani diversi, e lavorarci significa tenere insieme percezione, diritto allo spazio, convivenza.

Se guardo i comitati di ordine e sicurezza, Oltretorrente non è considerato un quartiere pericoloso. L'unico luogo che torna come punto critico, con fenomeni di spaccio e potenziale pericolo, è il Parco Ducale, in alcuni suoi angoli. Il resto - piazzali, strade, punti di ritrovo - non emerge come area di criminalità.

E poi c'è un fattore che spesso dimentichiamo: la pandemia. L'abbiamo rimossa, ma ha cambiato le abitudini. Usiamo meno lo spazio pubblico, usciamo meno, ci facciamo portare a casa cose che prima andavamo a prendere. Questo spopola la città e altera la percezione: se lo spazio è meno usato, chi lo usa “spicca” di più.


Negli ultimi anni Parma ha iniziato a interrogarsi sulla dimensione notturna della città. Perché è importante governare la notte e quali tensioni emergono tra vitalità urbana, diritto al riposo e sicurezza?


Siamo partiti da un'idea che in campagna elettorale avevamo chiamato, provocatoriamente, “il sindaco della notte”: l'idea che una città universitaria debba avere una governance della notte. Abbiamo assegnato un incarico sperimentale a Laboranotte, un gruppo di lavoro che ha fatto questionari e ascolto: è stato prezioso, anche perché ha avuto una buona risposta. L'obiettivo era duplice. Primo: capire come migliorare la vitalità notturna in senso positivo; una città accesa è una città più felice, più vivibile, con più opportunità. Secondo: contemperare questa vitalità con il diritto dei residenti al riposo. Io capisco perfettamente i residenti che si lamentano, anche a me dà fastidio se sotto casa c'è rumore. Il punto è trovare perimetri, responsabilità condivise, e sperimentare. Il “secondo tempo” del lavoro dovrebbe essere proprio questo: provare a fare pratica, in alcune zone, lavorando con esercenti, utenti, residenti. Dire: qui stiamo sperimentando una città notturna che funziona dentro certe regole.

Ma c'è un problema normativo serio: i Comuni possono essere sanzionati in modo pesante se un singolo cittadino denuncia per disturbo. Abbiamo una causa in cui un cittadino chiede 12.000 Euro di danni al Comune per rumori in un parco che era abbandonato e che oggi vive, ha un chiosco, tavoli, una comunità che lo usa. Se vincesse, il precedente sarebbe devastante: chiunque potrebbe chiedere danni. Questo spinge le amministrazioni a “chiudere” per difendersi. E tuttavia, le città vivono sempre di più la notte: palestre, biblioteche, luoghi culturali. Io sogno biblioteche aperte fino a tardi, come in molte città universitarie. Ma una città notturna richiede presidi e comportamenti diversi: di notte si abbassano le soglie di autocontrollo, cambiano i rischi.


Le cosiddette “zone rosse” sono diventate uno degli strumenti più discussi delle politiche di sicurezza. Che cosa fanno concretamente e quali limiti o rischi comportano?


Le zone rosse permettono di applicare norme che altrove non potresti applicare, per allontanare da specifiche aree persone con precedenti che frequentano quei luoghi. Non le allontani dall'Italia: le allontani da quella zona. L'idea è: se in un punto della città hai dieci persone che “cacci” da lì, magari cinque si spostano altrove, ma cinque se ne vanno davvero perché quella era la loro zona.

Quando il prefetto ce le ha proposte io non mi sono opposto: se chi fa sicurezza dice che serve per allentare tensione, non mi metto di traverso. Ho espresso però un timore: che spostino il problema. Le prime zone rosse - stazione e Parco Ducale - hanno funzionato in modo evidente: per un periodo il Parco era irriconoscibile, nel senso che alcune presenze sono sparite. E in quel periodo abbiamo avuto segnalazioni in Oltretorrente di arrivi “nuovi”, percepiti come uno spostamento dal Parco.

Poi le zone rosse si sono spostate: Piazza della Pace, poi altre aree. Se chiedi a un parmigiano “ti stai accorgendo delle zone rosse?” probabilmente ti dice di no. Se chiedi “le toglieresti?” spesso ti dice di no lo stesso, perché prevale l'idea che “un giro di vite in più” sia comunque utile.

Io capisco anche alcune ragioni del comitato “no zone rosse”: una parte del problema è che nella pratica rischiano di diventare una caccia selettiva, e quindi di alimentare un dispositivo razzista. Lo dico senza ipocrisia: si rischia di fermare “il nero” a prescindere, solo per il colore della sua pelle.

La questione, per me, è questa: le misure di ordine pubblico possono avere un'efficacia temporanea, ma la sicurezza vera - quella che produce libertà e qualità della vita - si gioca su politiche sociali e urbane, e su una narrazione pubblica che non spinga la città nell'ansia permanente. Se la paura diventa il linguaggio principale, allora qualunque politica, anche la migliore, finirà per inseguirla.