Laura: muoversi a Parma con una disabilità motoria
Laura ha 37 anni, è nata e cresciuta a Parma, nel quartiere San Leonardo, e dalla nascita convive con una disabilità motoria congenita - "la mia compagna di viaggio", la chiama lei, con un'ironia che non è autocommiserazione ma misura esatta della cosa. Non convive solo con difficoltà visibili, ma anche altre che non si vedono. Il punto è che quelle che si vedono sono già sufficienti a condizionare ogni spostamento, ogni decisione quotidiana, ogni valutazione su cosa sia possibile e cosa non lo sia. Laura lavora come tecnico di controllo qualità in un'azienda alimentare a Traversetolo - mezz'ora di macchina da Parma, quando va bene - ed è volontaria nell'associazione Anmic Parma, che si occupa di tutela delle persone con disabilità. Da questo doppio punto di osservazione, dentro la propria esperienza e dentro quella collettiva dell'associazione, racconta una città che funziona per certi corpi e non per altri.
Il rapporto con la macchina è stato, dice lei, "a dir poco conflittuale, quasi ossessivo". Fino alle superiori la accompagnavano i genitori; si era rassegnata a quella condizione di dipendenza. Poi ha deciso di prendere la patente, nel periodo tra il diploma e l'università. In una città come Parma, non piccola ma nemmeno abbastanza grande da avere un trasporto pubblico capillare e funzionante, guidare è l'unico modo per muoversi in autonomia. I mezzi pubblici sono formalmente attrezzati: le vetture TEP hanno le pedane, i simboli in vista, la segnaletica. Ma le pedane non vengono usate per una catena di mancanze: formazione degli autisti che non si traduce in pratica quotidiana, assenza di controlli, infrastrutture di fermata - soprattutto quelle extraurbane - strutturalmente non idonee. "È un cane che si morde la coda", dice Laura: meno possibilità vengono offerte, meno persone usano il mezzo; meno persone lo usano, meno sembra urgente adeguarlo. Anmic ha un dialogo aperto con TEP, e qualcosa si sta muovendo - tutta la flotta è ora dotata di pedane, mentre prima erano solo alcune. Ma la parte strutturale è ancora ferma.
Fuori città, invece, c'è il treno - e il treno è un'altra cosa. Il servizio di assistenza di Rete Ferroviaria Italiana accompagna le persone a ridotta mobilità nel salire e scendere, e funziona bene: personale formato, gentile, un respiro di autonomia che la macchina non dà. Il problema è la prenotazione obbligatoria, 48 ore prima. "Non puoi dire: sai cosa? oggi prendo il treno e vado al mare". Chi usa questo servizio deve pianificare sempre, senza margine di improvvisazione. Laura lo accetta - organizza tutto per tempo - ma non si sottrae alla lucidità di nominarlo: non è muoversi in libertà. In compenso c'è il vantaggio bizzarro della prenotazione: sapendo in anticipo che una persona con disabilità viaggia, le Ferrovie possono dirottare il treno sul binario 1, quello accessibile, evitando il problema degli ascensori guasti. "Siamo i pacchi bomba", dice con soddisfazione. Subito dopo però racconta di un viaggio in riviera, un giorno di ponte, in cui è rimasta esclusa da due treni di fila: i posti riservati erano occupati, e il capotreno le ha detto che se poteva stare in piedi saliva, altrimenti si arrangiasse.
Nella quotidianità del quartiere, Laura usa per lo più il deambulatore - la carrozzina la riserva alla piscina di Moletolo, dove non può indossare i tutori. San Leonardo regge, ma con riserve. Il problema dei marciapiedi è costante: "pavimentazione, lastricato, un disastro". I percorsi sono punteggiati di ostacoli, non solo strutturali, anche mobili: monopattini in mezzo al marciapiede, bidoni della spazzatura, automobili parcheggiate abusivamente. I posti auto riservati esistono ma spesso sono occupati indebitamente; i bar hanno quasi tutti i tavolini con il piede centrale, il che rende difficile avvicinarsi con la carrozzina; ai supermercati c'è una grande disparità di attenzione e un problema, per esempio, è che gli scaffali sono troppo alti: "non raggiungi l'ottanta per cento degli oggetti - e non è solo il mio problema, è lo stesso della persona bassa, dell'anziana". Con Anmic, Laura sta mappando queste situazioni attraverso il progetto Parma Accessibile, che produrrà una guida ai luoghi accessibili della città. Stanno anche approcciando le discoteche - una scelta che già di per sé dice qualcosa sull'immaginario da scardinare: quello di una persona con disabilità che non ha vita notturna, che non ha vent'anni come tutte le altre.
All'estero, la differenza si sente. In Romania - un paese economicamente meno avanzato - Laura ha trovato il personale di un palazzo storico che girava con una pedanina mobile per accompagnarla sui gradini, scusandosi tutto il tempo. A Parigi l'hanno fatta passare tra la folla alla Gioconda, le hanno aperto i varchi alla Torre Eiffel. Non sono solo episodi di cortesia: sono segnali di una mentalità che accoglie concretamente la persona con disabilità, anziché tollerarla. In Italia, dice Laura, le persone con disabilità si vedono meno in giro - e questo fa parte del problema. Le dicono spesso "ma come sei brava, quante cose che fai": lei risponde che è una cittadina del mondo come tutte le altre. È in quel piccolo, ostinato punto fermo che si condensa tutto il lavoro - pubblico, collettivo, personale - che ancora resta da fare.