Lina • Contare sulle proprie gambe

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Lina ha 75 anni e una vita piena di attraversamenti: quelli politici e affettivi, quelli di lavoro, quelli delle città in cui ha abitato. Oggi, però, l’attraversamento che pesa di più è molto concreto: muoversi a Parma, ogni giorno, con un corpo che non ha ricevuto una cura costante (“ho fumato, non ho mai fatto ginnastica, yoga, cose del genere: è che sono cose che mi annoiano proprio”), e che non funziona più come un tempo. Lina convive con difficoltà neurologiche che a volte le fanno perdere l’equilibrio; dopo due cadute importanti - una in casa, una per strada mentre andava in edicola - camminare è diventato un esercizio di attenzione continua: dove appoggiare i piedi, come evitare inciampi, quanto spingersi oltre il necessario.


Per anni Lina si è spostata contando sulle gambe. Non ha mai preso la patente: da giovane non c’erano soldi, e poi guidare non le è mai piaciuto. La bicicletta, invece, rappresentava la libertà. A Reggio Emilia la usava volentieri, anche grazie a percorsi più leggibili. A Parma, racconta, ha smesso perché non si sentiva più nelle condizioni. Non parla di una rinuncia “ideologica”, ma di una valutazione quotidiana fatta di margini, rischi, energia disponibile. Quando la città non restituisce un senso di continuità - nelle piste ciclabili, negli attraversamenti, nelle protezioni - la scelta di pedalare smette di essere una possibilità e diventa un rischio.


Così, oggi, il trasporto pubblico è diventato il cardine della sua autonomia. Ma qui si apre una frattura: Lina definisce l’autobus “necessario” e, insieme, “terrificante”. Necessario perché senza patente e con una mobilità più fragile è uno dei pochi mezzi che le permette di uscire dal quartiere per visite mediche, commissioni, incontri. Terrificante perché l’esperienza a bordo è spesso una sequenza di ostacoli: gradini alti, accessi poco agevoli, tempi rapidi, frenate improvvise, scossoni. Per chi sta in piedi - e capita spesso - l’autobus è molto instabile, un movimento brusco può trasformarsi in una caduta. Lina osserva anche che su molte corse vede soprattutto persone anziane. La domanda che si pone, allora, è: se l’utenza reale è questa, perché i mezzi e la gestione del viaggio non vengono pensati a partire da chi li usa di più?


A complicare il quadro ci sono i piccoli “aggiornamenti” tecnologici che, in teoria, dovrebbero semplificare. Lina cita l’obbligo di passaggi digitali e QR code come un’ulteriore barriera. Non perché la tecnologia sia nemica, ma perché diventa un filtro per chi non ha lo smartphone, per chi non lo sa usare con agilità, per chi vive l’ansia di sbagliare. Quando l’accesso a un servizio essenziale dipende da una procedura poco intuitiva, l’effetto è che alcune persone rinunciano, altre chiedono aiuto, altre si arrangiano con soluzioni più costose.


È qui che entra in gioco il taxi. Lina lo usa e “un po’ se ne vergogna”: lo dice così, perché sa che non dovrebbe essere la scorciatoia obbligata per mantenere una vita autonoma. Eppure, in certe giornate, il taxi è l’unico modo per evitare stress e rischio fisico. Il punto è la disuguaglianza che produce: otto euro a corsa, moltiplicati nel tempo, diventano un pezzo di reddito che se ne va per comprare accessibilità. Chi non può permetterselo resta confinata nel raggio del quartiere o dipende da altre persone.


E il quartiere, infatti, per Lina funziona: farmacia, bar, tabacchi, piccoli supermercati, un mercato settimanale. È una geografia di prossimità che tiene insieme la quotidianità. Ma appena serve “uscire”, la città si fa più difficile. La mobilità, però, non è soltanto spostamento: è possibilità di partecipare, di curarsi, di mantenere legami, di non ridurre la propria vita alla gestione delle necessità. Quando muoversi diventa faticoso o imprevedibile, anche le scelte cambiano: si esce meno, si anticipano gli orari, si evita la sera. Lina dice che non esce molto dopo cena, ma non per paura: piuttosto per abitudine, per fatica, per quella soglia di energia che con l’età si misura diversamente. Eppure riconosce un effetto collettivo: dopo il Covid molte persone hanno preso la strada della casa, e la città di sera si è trasformata.


Nel racconto di Lina, la mobilità è una lente sul futuro. In un paese che invecchia, la questione non riguarda “una categoria”, riguarda la norma che sta arrivando. Pensare mezzi accessibili, fermate comode, informazioni comprensibili, tempi del trasporto che non chiedano prestazioni atletiche, è una scelta di lungimiranza urbana. Significa costruire una città in cui il corpo fragile non è un’eccezione da gestire, ma un riferimento progettuale. Per Lina, questo sarebbe il vero cambio di passo: non dover comprare autonomia con il taxi, non dover rinunciare alla bici per mancanza di condizioni, non dover salire su un autobus come se fosse una prova di equilibrio. Potersi muovere senza trattare ogni spostamento come un rischio calcolato. E, con questo, restare dentro la città che cambia, senza essere spinta ai margini proprio quando avrebbe più bisogno di spazio, servizi, tempo.