Michelle • Accudire ai margini della rete (di trasporto)

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Michelle ha 28 anni, viene dalla Costa d'Avorio e da luglio vive a Trecasali, un paese della bassa parmense, in una casa del CIAC (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione) che condivide con altre due madri e le loro figlie. Ha una bambina di poco più di un anno, Maya, che sta allevando per lo più in autonomia. 


Michelle non ha l'automobile, non ha ancora la patente, e il dato più favorevole della sua situazione logistica è che la fermata dell'autobus si trova davanti alla porta di casa.


La sua settimana è organizzata intorno a due funzioni che si alternano: il lunedì, il mercoledì e il venerdì segue il corso di italiano in via Bandini, a Parma; il martedì e il giovedì, nello stesso luogo, si occupa delle figlie delle altre madri del progetto, che nel frattempo sono in aula. Il meccanismo è pratico – ognuna si libera per studiare cedendo il turno alle altre – ma comporta che Michelle stia fuori casa cinque giorni su cinque, tutti i giorni con la bambina e il passeggino, tutte le mattine a prendere l'autobus delle 10.40.


Il viaggio da Trecasali a Piazza Ghiaia dura trentotto minuti; da lì si prende il 5 per via Bandini. Tra attesa, coincidenza mancata per pochi minuti e tragitto, all'arrivo è quasi mezzogiorno. Il corso di italiano finisce alle 13.30 e per rientrare a casa l'unica corsa praticabile è quella delle 14.40, perché quella dell'una e quaranta fa un percorso molto più lungo. Si arriva a casa alle 15.18. L'autobus del pomeriggio è affollato, spesso non ci sono posti liberi, e quando a bordo ci sono già altri passeggini – il che capita spesso perché ci sono altre madri che fanno lo stesso percorso – bisogna chiudere il proprio, tenere la bambina in braccio e stare in piedi per tutto il tragitto, a meno che qualcuno non faccia la gentilezza di cedere il posto a sedere. La sera Michelle sente dolore alle spalle e alle mani: il carico giornaliero del passeggino, delle borse, dei cambi di autobus, della bambina da sollevare in spazi stretti, si accumula nel corpo.


Il lunedì è diverso dal resto della settimana. Dopo il corso di italiano Michelle va allo spazio donna del CIAC (lo Spazio sicuro per le donne), poi torna in via Bandini per la lezione di scuola guida. L'ultimo autobus per Trecasali, però, parte alle 18.40 da Piazza Ghiaia, e arrivare alla fermata in tempo non è possibile. È Alessandra, la sua buddy nell'ambito del progetto di community matching del CIAC, a riaccompagnarla in macchina tutti i lunedì. Michelle rientra a casa intorno alle 19, dopo quasi dieci ore fuori.


La domenica non ci sono corse. Michelle è evangelista, e la chiesa dove vorrebbe andare è a Parma: senza autobus non c'è modo di arrivarci. 
Le domeniche si trascorrono necessariamente in casa, o d'estate in giro per Trecasali con la bambina. L’assenza dell’autobus la isola per tutta la giornata. In ogni caso, cinque giorni consecutivi di spostamenti pesano, e la domenica è occasione anche per riposare un po’. 


Il paese in sé non manca di servizi di base – la farmacia è vicina, l'asilo anche – ma il supermarket si trova in una zona raggiungibile solo in autobus o in macchina, e per i prodotti alimentari che Michelle cerca, quelli africani, bisogna arrivare fino a viale Piacenza a Parma, con un cambio in più rispetto al percorso ordinario.


Michelle sta studiando per ottenere la patente. A settembre Maya andrà all'asilo di Trecasali, e da quel momento lei pensa di cercare lavoro; ha studiato commercio in Costa d'Avorio e vorrebbe fare la commessa. Tra questi due momenti c'è però ancora un periodo in cui la giornata resterà quella che è adesso: sveglia alle otto, bus alle 10.40, orari che non dipendono da lei, spostamenti che richiedono di organizzare tutto – la bambina, la spesa, le commissioni, i servizi – intorno a poche corse fisse. Per una donna sola con una figlia piccola, senza automobile e senza reti familiari sul territorio, l'assenza di alternative al trasporto pubblico non è una limitazione parziale: definisce interamente l’orizzonte di possibilità.